A le guagnel, ch'io v'ho pur dato drento In una crudelaccia così fatta, Ch'i' mi vi son ficcato insino al mento. Così foss'ella lei cotta e disfatta!
Tanto va al lardo, la zampa che poi, Dice il proverbio, vi lascia la gatta. Né se ne maravigli ignun di voi; Ché per quel che ne conta Michelagnolo,
Farebbe innamorare un pa' di buoi. Ell'e un pozzo, un truogolo, un rigagnolo, Una fossa, una gora, una pozzanghera, Un special di bellezze, un pizzicagnolo.
Se mi si sfibbia dunque o mi si sganghera Il cor di corpo, e se va a processione. Di me cercando, e mai non mi ringanghera; Non paia però strano a le persone,
Ch'una che sappia sì ben dire e fare, M'abbia, come costei, giunto al boccone. Prima de' suoi capei vo' raccontare, Che paion proprio due matasse d'accia
Poste sovr'una canna a rasciugare. Che dirò io di quella allegra faccia, Che lustra, come fa lo stagno vecchio, Netto con uova peste e rannataccia?
E di qua e di là tiene un orecchio, Più bello assai di quel del mio secchione, Ch'io comperai l'altr'ier dal ferravecchio. La testa sua pare un pan di sapone,
E quei suo' occhiolin due fusaiuoli, Dipinti a olio, e tinti col carbone. Manichi son le ciglia di paiuoli: Il naso è come quel del mio mortaio,
La bocca ha come i popon cotignuoli. Le gote en come rape di gennaio: La gola è grossicciuola, e proprio pare Di rame una mezzina in su l'acquaio.
E le spalle si possono agguagliare A due balle di fogli fin da Colle, Che sian messi in Dogana a sgabellare. Lucon quei duo poccion come due ampolle:
Ché s'io potessi starvi sopra un giorno A mio bell'agio due ore a panciolle, I' darei certi morsi lor dattorno, Che parria ch'ella fosse una schiacciata
Con l'uve secche, uscita allor del forno. Che bella personcina sperticata! La pare un boto posto a Santo Sano, Quando la sta in contegni intirizzata.
O che braccione sode a piena mano, Bianche, che paion proprio di bucato, Morbide, come un cavol pianigiano. Il resto ch'ella tien poi rimpiattato
Sotto la cioppa, o sotto il gamurrino, Tu puoi pensar che sia meglio un buondato. Non son sì buone là per San Martino Le nespole, o le pere carovelle,
Né così dolce il vin del botticino, là come i' credo che sian dolci quelle. Ma lasciam queste cose corporali, Che basta sol toccarle pelle pelle.
L'ha l'intelletto come un orinale Capace, largo, che senza fatica E' vi si scorge dentro il bene e 'l male. S'ell'ha ritenitiva, Iddio vel dica.
E volontà! La vorrebbe per sette: Va chiedile un piacer, ch'ella il disdica. A far per casa, o che man benedette! E va, che pare una mula restia,
Corre come i cavai de le staffette. Parla come chi bee la malvagia: Canta, che pare un vettural, che solo L'abbia giunto la notte per la via.
Mangia pulito come un lusignuolo, E bee per lezi come il pappagallo: Pare a giacere un cacio raviggiuolo. Mettila in tresca, come dire al ballo,
Ella non truova pari in sul riddone: Giuoca a la palla, e sempre dice fallo. E manda sia chi vuole al paragone: Falla legger, la pare una maestra;
E stu la vedi andare a processione, La non par quella dessa a la finestra. Falla far conto, pare uno abbachista: Scrive con la man manca e con la destra.
Vadine assetta, e vadine alla trista, In cioppa, in bernia, in gammurra, o 'n doagio, La pare un San Giovanni Evangelista. Falla andar ratta, falla andar adagio,
In zoccoli, in pianelle, o in iscarpette, La va che pare un messo di Palagio. Io ti so dir che s'ella se lo mette Dinanzi un uom, per volerlo uccellare,
Che la farebbe rider le civette. Affé che 'l fatto suo è un giullare! Ma lasciamo ora andar questi interessi; Che c'è cose ch'importano a contare.
Portale i polli, ella gli cuoce lessi, Arrosto, e in guazzetto, e in tanti modi, Che non saria cristian che mel credessi. Sa fare i salsicciuol sì grossi e sodi,
Di que' che voi chiamate bolognesi; Solamente a vederli tu ne godi. Cuce oltra questo a fogge e a paesi, E taglia panni lini e panni lani,
E larghi e lunghi, assettati e distesi. E calza che mai meglio Italiani: Fa capperucci di cento ragioni A questi saltambarchi da villani.
Ell'ha un taglio mirabil ne' calzoni, E fa mutande a tutto paragone; E serve volentier questi garzoni. Fila a sei soldi, e fila a un grossone;
Un'accia fa, che è una signoria; Dipana, annaspa per quattro persone: Tesse, sia molle o asciutto, tuttavia, E fa sì sodo e si serrato il panno,
Da durar sempre, infin che ve ne sia. Ma che mi voglio dar più tanto affanno? Che se si toglie ogni cosa a contare, Non basterebbe gennaio ad un anno.
Perché venga chi vuol, sia chi gli pare, Non verrà mai una par di costei, O volete in bellezza, o in saper fare. E ch'è cosa di buon che non sia in lei?
Ella savia e cortese, e tutta piena Di buone cose, come gli agnusdei. Tanto m'è in modo gonfiata la vena Per amor suo, che bench'i' dica questo,
Per dormir seco starei senza cena. Ma per farvi ogni cosa manifesto E ritrovar alfin l'inchiovatura, E darvi, s'io potrò, tutto il mio resto,
Dico ch'ell'è d'una buona natura.
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