A che andar sì superba, o Verdespina, De la bellezza tua, se ben cantata È da sì dolce musa e sì divina? E a che star, Selvaggia, sì gonfiata
Del bianco petto, ancor che messer Mario V'abbia con lo stil suo nel ciel portata? E tu sul primo fior, Dada, il cui vario E bello ingegno con beltà combatte,
Né per ancor vi si vede divario; Che sarà poi, se ben son ostro e latte Le guance tue, e se fra le mamelle Son gli Amorini e le Grazie rimpiatte?
Son ben in Prato ancor dell'altre belle, Come voi tre, che vi tenete il fiore, E de le grandi, avendo le pianelle. Ben cova l'uova in altra paglia Amore,
Che nel sen vostro e tra le vostre poppe: Ben per altre si spasma, e sì si muore; E vannoci dell'altre in bernie e 'n cioppe, In raso, e in domasco, e in ermesino,
Né sono apetto a voi guerce né zoppe; Ma non hanno un poeta così fino, Per farsi immortalar, come fa 'l vostro, Che sa far d'un prun boccio un ramerino.
Che se non fusse che 'l suo sacro inchiostro Vi fa parer coteste vostre guance Lustranti e tonde com'un paternostro; E' vi farieno intorno manco ciance
E vagheggini, e con la neve avreste Men pinocchiati e manco melarance. Ché 'l favor che voi avete in su le feste, È la cagion perché voi tre vi siate
Guardate più che quelle o più che queste; Altra non è, acciocché voi sappiate, Se non perch'un poeta sì pregiato Va lodando ad ognun vostra beltate.
Che se quella crudel che m'ha passato Con gli occhi il fondo de le mie cervella, Un dì mi fesse un favor rilevato, Io la farei parer sì vaga e bella
Con la mia zampognetta, che da Battro A Til verrebbon gli umini a vedella; E dove or siete tre, sareste quattro.
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