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1493–1543

II

Agnolo Firenzuola

Ecco, ch'io torno, supremo architetto, A ripregarti, ancora ch'io sia certo (Ch'io son certo ch'io son povero e 'nfermo), Che butto tutte le mie preci indarno:

Non per tua colpa, Iddio, ch'io lo confesso, Ma per soverchio mio fallir, per troppo Consentir a la voglia, a l'appetito. Ecco ch'io torno, e pur dico: – O Signore,

Apri quel fonte di misericordia, Guadagna questo iniquo, questo reo Per forza di pietade, per i grandi Benefici, per dargli un'altra volta

L'esser, la vita, ché la vita adesso A me è morte: e se libri d'esta morte Tu mi riduci ad una nuova vita; E così mi da' l'essere, o mel rendi,

Poi ch'io perduto l'ho nel freddo e 'l caldo, Tra' sogni, tra' sudor, tra le stracchezze. E s'io ben dissi chi'io ti priego indarno, Perché pregato t'ho già tante e tante

Volte, che volto ha il Sol ben sette volte; Non di meno io non niego il tuo potere: E s'io so che tu puoi, so che tu puoi Volere, e dal poter sorge la speme;

E di nuovo mi metto a ripregarti Vivamente, Signor, che sia contento, Senza guardare a' miei commessi falli, Levar dal corpo mio tanto travaglio;

Dal corpo no, ma dall'animo afflitto. Ché tu sai ben che 'l corpo afflitto rende Afflitta l'alma. Iddio verace e santo, Tu puoi pur, se tu vuoi, con un sol ciglio

Sanar l'alma, e sanar il corpo afflitto, E far ch'i prieghi miei non sieno indarno. E che la speme ancor ritorni viva; Ch'è morta, com'io dissi, fra la febre,

Tra gli stomachi, e febri, e tanti mali, Che non ardisce a scrivergli la penna, Perché gli va rinovellando ognora Che gli racconta; e tanto ha del presente,

Che troppo del preterito li pare Avere afflizion. Però, Signore, Raviva la speranza, e spegni questa Desperazione, e a più santa vita

Conduci l'alma, e 'l corpo a tale stato, Che si dica una volta: – Egli è guarito, Ed ha pur conosciuto il suo fattore –.

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