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1493–1543

I

Agnolo Firenzuola

Donna, tra l'altre donne onesta e saggia, Nel cui bel sen cotal virtute ha loco, Qual cruda fera in la selva selvaggia, In quella selva, ove s'accese il foco

Per arder me, e per disfar il core Di ognun che a l'ombra sua s'asside un poco: Con questa legge adunque, ingiusto Amore, Si governa il tuo regno? Ecco ch'io amo

Un petto d'odio pien, pien di rancore. Ma altrove serbo a por questo richiamo: Il pensier mal locato in altre carte Forse un dì farà altrui per pietà gramo;

Per or vo' far passaggio in quella parte, U' mi chiama il sonetto, che faceste Sopra e fagiuol con tanta industria ed arte. E dico che le lodi che mi deste,

Se ben fur grandi e alte, non di meno Non so se loro obligato mi reste; Poi che 'l parer ch'io sia di virtù pieno, E ch'io meriti i pesci un po' maggiori,

E cagion che ierser con voi non ceno. Madonna, gran mercé di quelli onori: Ma sievi detto per un'altra fiata, Ch'io non mi curo di tanti favori;

Ch'io mi rifò talor d'un'insalata, D'un po' di cacio, e d'un mezzo popone, Come una festa della minuzzata. In casa mia non s'adopra schidione;

La teglia ha sempre il dito nell'anello, E la padella sta sempre boccone. De' duoi dì l'un la tavola ha 'l mantello, La pentola sta sempre in sul guanciale,

E tra l'allòr è sempre mai 'l piattello. I pesci grossi mi fanno un gran male; Senza che non convengono a coloro Che son com'io condotti a lo spedale.

Or non m'abbiate per un cacaloro Nel darmi cena, ch'ancor io m'aveggio Quando son lavorato di straforo. Pur non mi fusse avenuto mai peggio,

Che vedermi lodare e far onore Da bei spirti o da vero o da motteggio; Ch'i' non arei testé sbranato il core Da quella fera selvaggia, che mai

Né prezzò il servir mio, né fegli onore. Ahi crudo arcier, pur ricondotto m'hai A sforzar quel dolor che mi divora, E quanti passi fo, tanti ne fai:

Orsù, di grazia, dammi tempo un'ora, Tanto ch'io possa dir di quei fagiuoli Quattro parole, avanti ch'io mi mora; Poi ci starem otto dì soli soli,

E insieme parlerem quanto a te piace Di chi è cagion ch'io viva in tanti duoli. In fine, e' non mi lassa star in pace, E mi sforza la penna, e vuol ch'io scriva

La gran beltà di colei che mi sface. Ma perdan gli occhi pria la luce viva, S'io gliel consento, o s'io vergo più carte In lode d'esta d'ogni pietà schiva.

E da poi ch'io non posso stile ed arte Spiegar vèr voi, o fagiuol benedetti, Mercé d'Amor, che da me non si parte; Mi tacerò, e cessato i rispetti,

Che so che tosto cessar doveranno, Farò in lode di voi tanti sonetti, Che invidia tutte le dame v'aranno.

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