Skip to content
1503–1572

Untitled

Agnolo Bronzino

Amico, e maggior mio, molto mi duole non v'aver visto è tanto, ma sappiate ch'altrettanto è ch'io non ho visto il sole. Cagion di certe febbri che durate

mi son duo mesi in una tomba fitto, a uscio chiuso e finestre serrate. Ma com'io abbia punto di risquitto e le gambe mi possin, verrò via

a visitarvi fra 'l popolo afflitto; e voglia Dio che questo tosto sia, ma ben arei più caro di trovarvi a casa vostra, in piazza o per la via.

Intanto mi par ben di salutarvi, poi ch'io lo posso far con questa carta e la dotta e cortese man baciarvi, la quale, in prima che da me si parta,

credo dipigner da tutte le bande, se la Musa, che giuoca, non la scarta. Nell'ora che son cotte le vivande dal calor naturale e che Morfeo

il secondo riposo ai lassi spande e che ser Pier, ser Marco e ser Matteo hanno tanto assommato il mattutino, ch'e' son vicini a 'ntonare il Taddeo,

e canta il gallo del nostro vicino la terza serenata e batte l'ale e scalda il ferro il fabbro contadino e la serva è chiamata — e l'ha per male —

che ponga l'acqua e vada a fare il pane e mette il basto a' muli il vetturale e che Titone in asso si rimane, ché la fanciulla sua s'è già cavata

la cuffia e sopra 'l pettine ha le mane, quand'io, che d'una notte travagliata giunto presso alla fine, acconcio m'era, tanto ch'io feci pure una calata,

cioè mi prese il sonno e di maniera, che la polvere presa di Ferondo aver credea, si cenava ier sera. Se non che, come desto all'altro mondo

esser pareva a llui, sognando in questo credevo al certo ed al perché rispondo: perch'io conobbi molti a cui il protesto non avea fatto ancor la morte e tratti

di questa vigna in uva o in agresto; non già ch'io voglia o per nomi o per atti far conoscer alcun di questi tali, che forse si terrien mal satisfatti.

Ma, quanto l'occhio mi potea trar d'ali, mi vidi intorno intorno una campagna, che di finir non aveva segnali; e d'ogni parte vidi tanto magna

turba, ch'io non pensai che tanta in terra ne fusse, non ch'in Francia o nella Magna. E quasi tutti l'un con l'altro in guerra pareano ed in contesa e spesso spesso

l'un si levava e l'altro cadea in terra. E, se ben qualche volta s'era messo alcun per dispartirli, invano oprava; né credo lo patisse il luogo stesso,

perch'io, ch'a tanto spettacolo, stava tutto pien di stupore e di pietade, che tante liti e sì gravi mirava, o fusse a forza o, come spesso accade,

a caso fui tra quella gente spinto, nimica d'amicizia e caritade. Quivi da certi conosciuto e cinto subito fui, che di calci e di pugna

mi fecion tutto livido e dipinto. Ond'io mi volsi co' morsi e con l'ugna, poi ch'io fui ben calpesto e ch'io m'avvidi aver bisogno di biacca e di sugna.

Più volte intorno mi volsi e sussidi chiedeva a' miei frangenti, quando voce sentii che disse: “Io vo' ch'in me ti fidi”. A questo suon mi volsi e feci croce

d'ambe le braccia e gl'occhi, ancor ch'enfiati, alzai, ciascun com'una grossa noce. Ma poi ch'io riconobbi agl'usitati segni che d'una donna era l'offerta

d'assicurarmi da quei malcreati, la testa, ch'io aveva alzata all'erta, chinai, guardando gl'avversari miei, che m'avean sì la persona diserta,

e dissi: “Volentier da voi saprei perché mi fate questo e per che ingiuria sete ver me sì crudi e farisei”. Allora i miei adversari, con più furia

che mai, s'armorno a farmi nuova offesa, veggendomi d'aiuto aver penuria. Ma quella saggia, ch'alla mia difesa già s'era messa, lor disse: “Genìa,

tornate indietro” e la man m'ebbe presa; e seguì: “Turba velenosa e ria, perch'a costui, ch'è un de' miei fedeli, fate tal guerra e 'mpedite la via?”

Allor fuggiti i pessimi e crudeli, rialzai gl'occhi e per vergogna il viso non le mirai, ma solo i bianchi veli. Ma ella assicurommi e con un riso

pien d'onestà mi disse: “Or non rassembra me, chi non fu già mai da me diviso?” Ond'io: “L'assalto ingiusto sì mi smembra di conoscenza e sì da me mi fura,

che di vedervi mai non mi rimmembra”. E ella: “Or ti conforta e di paura disgombra il cor, ch'ancor del nome mio ti farò lieto e questo ti si giura.

E per camparti in questo loco rio, ov'ognun crede avermi e pochi m'hanno, venni dal seggio mio puro e natio e, perché tu non pruovi maggior danno,

ti vo' mostrar dove t'avea la sorte cieca condotto a forza e per inganno. Questo si chiama il campo della morte, ma non di quella morte ch'altri uccida,

ma più malvagia e più lunga e più forte. Fra questa plebe doppia, avara e 'nfida, ci son dimolti semplici e leali, che fato o rio consiglio ce gli guida.

Questi, quand'io m'abbatto, da mortali colpi difendo, com'or te ho fatto, ma non posso per tutto estender l'ali, ché certi ingegni doppii contraffatto

m'hanno sì ben, ch'io son paruta dessa, e sotto il nome mio gran danni han fatto. Ma per mostrarti la cagione stessa di tante liti, vo' che tu mi segua

e che con gl'occhi tuoi la vegga espressa”. Seco mi mossi e non avevon tregua ancora i passi suoi, ch'un alto monte veder mi parve, che le stelle adegua.

Di maraviglia dentro e fuor la fronte m'empiei, che visto non l'aveva in prima, ben ch'io guardassi e d'intorno e da fronte. E quale è quel che di lontano stima

cosa, che poi da presso se gli muta e stupor nuovo sopra il primo opprima, questa, ch'una montagna era paruta, agl'occhi miei m'apparve una persona,

se bene strana a me, né più veduta. E 'ntanto una gran voce mi rintruona il capo e dicie: “Chi con lui s'impaccia, spesso l'avere e l'onore abbandona”.

Com'io divenni allor pallido in faccia non so, ch'io non mi veggio, ma pensate qual'esser può chi dentro e fuori aghiaccia. Volentier mi sarei fuggito e “Fate,

dissi, Donna, il mio conto, perché io non vorrei più di queste balsolate”. Ond'ella con un volto allegro e pio “Non t'ho io detto che per modo alcuno

non tema, disse, o caro fedel mio? Ma perch'il sol va sotto e tu digiuno sei quasi di tutt'ieri e di tutt'oggi, che tu ti cibi mi pare opportuno.

E perch'e' ti bisogna assai gran poggi salir, ch'al buio e stracco non potresti, sopra quest'erba fia ben che t'alloggi. Poi domattina riposato e desti

gl'occhi, potrai salire e veder cose, che, non vedute, altrui non crederresti”. E poscia mano a un vasetto pose d'alabastro e mi dette una composta

che m'empié tutto di musco e di rose; né, per quanto vivanda piace o costa, fu mai di questa più cara e soave, la qual com'ebbi presa, in su la costa

destra mi stesi, addormentato e grave.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
Untitled · Agnolo Bronzino · Poetry Cove