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1503–1572

Untitled

Agnolo Bronzino

Perch'ingrato è colui ch'indugia o niega d'obbedire a persona eccelsa e degna, che comandar potrebbe e dolce prega, io, che per tal non vo' ch'alcun mi tegna,

voglio e presto obbedir, se non in tutto, almen come colui che se n'ingegna. Eccomi e tal qual io mi sia condutto, dunque, a parlar con voi di quel felice

umor, di tanta forza e di tal frutto, caparbio detto, e che da tal radice procede che quel capo ov'egli alloggia, arcibeato si conventa e dice.

Onde venga il vapor della sua pioggia non so, ma penso che dal ciel sia mosso, ch'il mondo non fa cose a questa foggia. Nasce nel cuor, ma regna a quel ch'i' posso

ghiribizzar, nella parte davanti dentro alla testa, dov'è doppio l'osso. Ancor che spesso balza in tutti quanti que' ripostigli, che son nel cervello,

come padron di tutti i lor pedanti. E s'il discorso o la ragion, duello voglion far seco ed ei, ma pur per gioco, manda a gambe levate e questa e quello.

E chi con lui contende, o molto o poco, cerca noiarlo o gli vuol contraddire, fa lui più grande e sé scuopre dappoco. Perch'e' non usa mai, né 'n far né 'n dire,

pentirsi, in modo dice e fa, ma detta da lui la cosa o fatta, in là vuol ire. Ond'io ho mille volte benedetta la sua natura e parmi ch'ella sia

animosa, viril, gagliarda e schietta. E vammi tanto per la fantasia, ch'io sono incaparbito di provare, s'io so lodar un po' suo signoria.

Quest'è alta materia e da chiamare aiuto, ma il caparbio a tutto basta, però la passo e comincio a narrare. Se la natura ogni dì più si guasta,

datene colpa a certi ser dolcioni, che son chiamati da tutti di pasta. Son que' che son tenuti tanto buoni, che e' son sciocchi e 'ncresce lor d'ognuno

e piangon d'ogni cosa, e' mocciconi. Non direbbon bugie, se per quelle uno cavassin di galea, non che d'inferno, e non voglion le brighe di nessuno.

Fa lor caldo di state e freddo il verno; stanno a bottega e non vanno alla guerra e toggon moglie per aver governo. Credon ciò ch'è lor detto e quand'un erra,

non lo gastigherebbon per niente, che la compassion troppo gli serra. S' tu fai loro un servizio, tanto a mente dicon tenerlo ch'e' ti viene a noia,

povera d'invenzione e debol gente. Gente, secondo me, da conciar cuoia, pettinar lino o da scer fava infranta e da non meritar di fare il boia.

E 'n somma questa gente tanto santa, facile e dolce e che dal tempo antico si chiama e quasi ognun l'uccella e pianta, non fa per questo mondo, anzi vi dico

che s'e' pigliasse di quella maniera, non troverebbe chi gli fusse amico. Bisogna avere una natura intera, che non si muti come fa la luna,

a dir sì la mattina e no la sera. Non cicalar da sciocco o a fortuna, parlare accorto e poi sempre aver detto bene e non ti mutar per cosa alcuna.

Ponete mente a questi ch'ànno letto e son nelle scienze consumati, s'egli hanno del caparbio e dello schietto! Voi gli potrete vedere infiammati

a favorir la ragion com'il torto, massimamente s'e' saranno frati. Quel ch'è più incaparbito e tien più accorto l'animo a sostener la parte sua

se ne va altiero e l'altro vinto e smorto. Ma 'l bello è quand'e' l'hanno tutt'e ddua bene incapata e fanno a chi più grida, né odon la ragion d'altri o la sua.

Quivi si può veder quanto si fida nella dottrina e quanto nell'avere ben del caparbio e la voce che strida. Chi è da parte ha 'l più ladro piacere

del mondo e pur aspetta ch'e' si dieno, quand'e' si dican manco che “messere”; che, se non fussin ben caparbii, in meno di due parole partirian d'accordo

con le braccia cortesi e 'l collo inseno. Così ciascun sarebbe per balordo scoperto, adunque incaparbir bisognia, che qui si giuoca l'onor vi ricordo.

Un uom che cede è come dire in gognia: quand'uno ha detto sì, disdirsi poi, non sarebb'egli un'espressa vergognia? Sta 'l buon caparbio ne' termini suoi,

sì ch'e' non lo farebbon mutar piede vent'argani e quaranta paia di buoi. E talor per provarti armar si vede in pro del falso, perch'egl'è dassai,

ma, ben ch'e' lo difenda, non gli crede. Non si farebbe cosa alcuna mai, dove fusse fatica o tempo o spesa, s'e' non s'incaparbisse o poco o assai.

E non s'è fatto mai famosa impresa, se chi l'ha fatta non è stato un fine caparbio alla difessa o all'offesa. Se l'arme imperiali o fiorentine

non eran ben caparbie, ancor sarebbe Siena franzese e le terre vicine. Ben fu caparbia anch'ella e non potrebbe essere stata più, ma incaparbito

trovò, chi più caparbia vincerebbe. A Messa fu La Giuggiola — sentito potete averlo — ove la terra e 'l cielo incaparbirno e la stagione e 'l sito.

Caparbi i capitan, ch'i nomi celo, e caparbi i soldati dentro e fuori, ma più di tutti alfin caparbio il gielo. La vergogna d'Italia è ch'a' furori

della Francia caparbia e della Spagna non è caparbia a raccquistar gl'onori. Incaparbì per un tempo Alamagna, ma perch'un fu caparbio più di lei

fu scaparbita e sol di ciò si lagna. Un gran caparbio certo e delle sei per la Chiesa era quel gran Luter Martino, s'e' non s'armava a torto contr'a llei.

Cert'altri a bocca stretta e capo chino seppon far tanto e del savio e del buono, ch'egl'avviorno l'acqua al lor mulino. E se dal canto poi discorda il suono,

pur son caparbii, ma per tale strada ch'e' non mi piace, ond'io non ne ragiono. Quegl'uomini a chi 'l mondo tanto bada e chiama eroi e semidei e magni,

per l'arte della lingua e della spada, son colassù con sì pochi compagni, perch'e' furon caparbii in sin a morte nell'adverse fortune e ne' guadagni.

Quell'arcicaparbion, severo e forte, se stesso uccise — io dico di Catone — per non aprire a Cesare la porte. Vedet'un po' s'il mondo in alto il pone!

E Cesare, aparbio, non si stette e fecesi a suo modo la ragione. Alessandro e quell'altre benedette anime, che già corson tutto il mondo,

furo in caparbità cime perfette. Ulisse che cercò girare a tondo, più caparbio ch'astuto, l'Oceano, credo che lieto se n'andasse in fondo.

Non è 'l morire al buon caparbio strano; nell'avversità spera e nelle liete fortune non si scaglia e va pian piano. S'e' niega o s'egl'afferma voi 'l vedrete

stare in sul grave là con fermo volto e le genti stupire e starsi chete. Ha un parlar viril, libero e sciolto, e dice mille cose tosto tosto

e certi anche non soglion parlar molto. Vo' dir ch'alcuni in capo s'hanno posto di parlar poco o di non parlar punto, acciò ch'e' non poss'esser loro apposto.

Un altro fa altrimenti e di bel punto, quand'un non vuol ch'e' dica gliel'accocca e vuol parlare in sino al sezzo punto. Ho veduto talvolta un trar di bocca

le grazie a forza, per servir l'amico, a un signor più saldo ch'una rocca. E ben ch'e' dica: “Chetati, ti dico”, colui ch'è incaparbito non lo sente,

ma va sequendo, ond'io lo benedico. E dice: “O sire, a costui finalmente farete grazia, s'e' fa la tal cosa?”; fin ch'il signor per istracco consente.

Com'egl'accenna un sì, distende in prosa la segnatura e falla aperta e lunga, per quel suo amico e manco cavillosa, che s'e' non era caparbio la punga

non s'otteneva e veniva la grazia come quelle che vanno per la lunga. E s'io sapessi come si ringrazia un che lo merta, ringraziarlo a pieno

mai non sarebbe la mia lingua sazia. Questa fu la cagion che quel sereno sguardo, ch'ogni buon'alma adora e 'nchina, a me si volse di dolcezza pieno

e disse: “Or vedi se costui cammina pel sentier de' caparbii a spron battuto, da farci un tratto su qualch'operina!” Ond'io d'allora in qua non ho potuto

né mangiar, né dormir, né riposarmi, fin ch'io non sono a scriverne venuto. Ma, perch'il tempo caro si risparmi, torniamo a casa a lavorar la tela,

ch'omai non sarà corta, a quel che parmi. Il buon caparbio molte volte cela i suoi pensieri e 'ntender non si lascia e solamente a' tempi gli rivela.

Onde tal volte la gamba si fascia e duogli il capo e fuori starà saldo a otta che nel cuor ruguma e biascia. Ed è ben fatto che qualche ribaldo

none stesse alla posta e com'è nato l'uovo se lo succiasse caldo caldo. Arà tal volte un padron terminato di provar un suo servo e mesi e anni

passon che quasi nulla non gl'ha dato. Né gioverà che quel servo i suoi affanni gli conti e mostri, ch'à debito gl'occhi, pegno le calze e la camicia e i panni.

Perch'e' non usa far come gli sciocchi, che com'un suda gli porgon la rosta, ma bisogna la voglia che lo tocchi. Vuole e donare e pagare a suo posta

e sa quel ch'e' si fa, né si rimuove di quella fantasia ch'in cuor s'ha posta. Intanto il servidor, che non sa dove questa chimera abbia il capo o la coda,

incaparbisce e non vuol ire altrove. E rimpegna e rivende e par che goda di servir più che prima fedelmente e il signor guarda e dentro a sé lo loda.

Un dì poi doverrà cortesemente chiamarlo e darli un mondo di danari, per mostrar ch'e' promette e non si pente. Chi non sa questa regola l'inpari

da Dio, ch'a voglia sua dona e ritiene le grazie e non a posta degl'avari. Ma sì gran turba di caparbii viene a farmi calca, perch'io ne favelli,

ch'io temo satisfare a tanti bene. Giovani, vecchi, ricchi e poverelli; ma convien che le donne sien le prime pe' lor modi caparbi, accorti e belli.

E s'io credessi in queste basse rime poter lodarle, i' non sare' mai stanco; ma non s'arriva a cosa sì sublime. Maraviglia a veder sì bello e bianco,

tenero e dolce e nobil corpo, in testa aver tal senno e animo sì franco. Né credo che quaggiù si trovi in questa terrena parte più mirabil cosa,

quanto caparbia e bella donna onesta; ma cortese, s'intende, che dannosa altrimenti sarebbe, e cortesia senz'onestà saria villana e odiosa.

Cortese e bella e saggia donna e pia, quant'onestà ne 'nsegna, dir si puote gran parte d'ogni ben ch'al mondo sia. L'esser caparbia in ciò fa ch'altri scuote

ogni pensiero indegno e non si chiede cosa ch'il nome suo d'infamia note, e che mentr'un lor servo amar si vede sì cara gemma e ch'ella il tiene acceso

con quella speme che bontà richiede, incaparbisce anch'egli e sempre inteso ha il cuore in cortesia, senno e virtute, non manco d'onestà, che beltà preso.

Lecito è ben che sien lor concedute — dico a le donne — alcune particelle ch'ànno; né 'l mio caparbio le rifiute. Che per essere o farsi o parer belle

son un po' ritrosette e son di vita nel cibarsi stranette e voglioselle. Una è duretta nell'andar vestita e ben che la stia male e siale detto,

vuole a suo modo star rozza o pulita. Altra per rimbiondir chioma o ciuffetto o per lisciarsi il capo, inferma o i denti perde o che gl'occhi le vanno a brodetto.

Quest'è ch'ell'hanno tutti i lor contenti in quel fare a lor modo o tardi o presto, ch'è l'ultimo contento de' viventi. Mangion tal volte, a tutto pasto, agresto,

susine acerbe e s'e' le fa gridare il corpo poi, che noia dà lor questo? Un tratto elle si voglion contentare; quest'è la sorba; e ber la neve e 'l giaccio

e 'l dì posarsi e la notte vegliare. Ridomi di qualcun che si dà impaccio di questa vita lor felice e bella e cerca di pigliare il vento al laccio

e con le lusinghe o con aspra favella cerca di trar lor del capo quel fonte d'ogni piacer, che contento s'appella. E quelle, salde e sotto vaga fronte,

or dolci e piane, or amare e ritrose, mettono ogni ragion degl'altri a monte. Quelle che son poi volte a certe cose ch'il mio caparbio schifa, io non l'appello

caparbie, ma sfacciate e maliziose. Ma dove lascio io non dico un drappello, una schiera, un esercito di tante leggiadre donne e vago aspetto e bello?

Troppo sarebbe lungo a scriver quante furon caparbie e nell'armi e nel senno, oneste e belle e pazienti e sante. Il mondo tutto sa prove che fenno

nella caparbità le donne forti ch'abitavon nell'isola di Lenno. Alcuna ha le città salvate e i porti alcun'altra e, se ben la prima Adamo

fe' scappucciar, con pace si comporti. Poco certo di voi parlato abbiamo, donne, ma per or basti e che la parte, maggior assai ch'agl'uomini, vi facciamo.

Non è da trapassare una bell'arte della natura, che di far s'ingegna caparbii i vecchi, per la maggior parte. E se ben col caparbio in molti regna

alquanto del barbogio, non si resti però d'unirli con la nostra insegna. Fatevi innanzi, o padri; certo questi hanno per privilegio il capo duro,

acciò che questo umor dentro vi resti. E ben ch'il corpo sia mezzo o maturo, si vanton di far cose e d'aver fatto, che non si posson far mai nel futuro.

Molti anch'hanno a gran cose ingegnio adatto e per la lunga esperienza ch'ànno, son caparbii e accorti in detto e 'n fatto. Agl'altri basta poi quel dolce inganno

dell'umor misto, che gli fa men gravi e la vecchiaia usar con meno affanno. Raddoppia quell'età serràmi e chiavi ed ha piacer di ragunar tesoro

e par lor esser sopra tutto savi. Voglion e' primi luoghi in corte e 'n coro e, favellando, che gl'altri stien cheti e ch'e' si vada pe' consigli a loro.

Così l'umor caparbio gli tien lieti e 'n quella età noiosa gli governa, dov'ogn'altro piacer par che si vieti. Né par che meno aiutar si discerna

il giovin, che, sfrenato segue amore, com'il ghiotto e' conviti o la taverna, che, se ben di martello e di dolore spasima e vede ch'egl'è 'n sulla gruccia,

questo l'aiuta sol ch'e' non si muore. E quanto ha più dispetti e più si cruccia seco la dama, più gagliardo torna e vuol mettervi l'anima e la buccia,

che quest'umor nel capo gli soggiorna con tal piacer, che pericolo o male da quel ch'e' s'è 'ncapato, no 'l distorna. Un altro patirà con lo spedale

e con le Stinche e vuole a posta sua lavorar, ch'è caparbio naturale. Ed io n'ho conosciuti almanco dua, che s'e' non fanno cosa che gl'aggradi,

fan poco l'opra d'altri e men la sua. Ma quando questo a cert'uomini radi incontra, è modo valoroso e degno, ché la caparbità vuole i suo gradi.

Né bisogna pigliar con essi sdegno, né 'ncaparbir per men caparbii farli, che simil cose non hanno disegno. Bisognerebbe più tosto aiutarli

e far lor qualch'opera in tal modo, che quel ch'e' sanno non si perda o 'ntarli. Ma, mentre che l'umor caparbio io lodo, mi nasce un dubbio, ch'e' potria trovarsi

qualche cervel non caparbio, ma sodo, che non vorrà per nulla accomodarsi ch'io lodi chi la piglia contr'al vero o contr'alla ragion cerca d'armarsi.

Non lodo il falso; i' lodo quell'intero animo incaparbito, altero e saggio, che potre' far, volendo, il bianco nero. Ben ci son certi che macchiano il raggio

de' buon caparbii, certi pazzerelli della civetteria modello e saggio. Io non volevo ragionar di quelli chiamati caparbietti o caparbiuoli;

pur converrà ch'alquanto ne favelli. Questi non son di quell'umor figliuoli ch'io lodo ed èvvi appunto quel divario, che sare' tra romani e romagnuoli.

Questi hanno il capo che pare un armario, pien di piattole, mosche e farfallini, muffato e tinto in sudiciume vario. Ronzonvi zanzarine e moscherini;

sonvi lumache e centogambi e anche di sant'Anton que' freddi porcellini. Chi parlasse di questi, i' darei bianche le carte; e chi dicessi averli a schifo,

per santo il bandirei su per le panche. Quand'io ne scontro alcun, lo fuggo e schifo, quant'io mai posso, e, s'a fuggir son tardi, mi stringo nelle spalle e torco il grifo.

Questi son di natura sì bugiardi, che san che tu conosci la menzogna loro e t'invitan pur che tu la guardi. Lodonsi sempre e senza aver vergogna,

presuntuosi, si pongano a paro d'ogni caparbio, che virtute agogna. Hanno animo meccanico e avaro e appropriano a sé gl'onor degl'alti

caparbii, che sudando s'acquistaro. Non creda alcun ch'io questi tali esalti, né voglia al mio caparbio accompagnarli o 'mpedir mano o lingua che gl'assalti,

ma deh, facciam che più non se ne parli, che troppo è lor d'onore, in compagnia delle lode caparbie, biasimarli. E veggiam di trovar qualche genia

da mescolar con essi e come scrive quell'uom da ben, guardare e passar via. Poi ch'una sorte di bestiacce vive, capassonacci e non caparbii detti,

genti ignoranti e di buon gusto prive, con questi gl'accompagno e benedetti gli lascio ove Dio vuol, perché non lece con lor di travagliarsi in fatti o 'n detti.

Ma perch'io non vo' addosso questa pece, m'ho voluto purgar da quella accusa, che dubitar dell'onor mio mi fece. Il mio caparbio lodar sé non usa

e non invidia alcun, perch'ei non cerca l'aver soverchio e 'l falso onor ricusa. Magnanimo nel cuor, non vende o merca la sua virtù, se non quanto la vita

può sostenere e ch'onestà ricerca. Non è la sua bontà dentro impedita, per tema o speme, e quell'umore invitto, che gl'ha la salda mente incaparbita.

Ed ha sempre nel capo e nel cuor fitto di seguir la virtù, fuggire il vizio e sempre al vero ha l'animo diritto. E se talvolta mostra fare ufizio

tutto al contrario, lo fa per mostrarti l'altrui fallacia e l'altrui malifizio. Usa il poeta por tutte le parti e del bene e del mal, perché tu possi

parte pigliarne e da parte guardarti. Ed io, quando a lodar la penna mossi quest'umor, ben sapea che mi verrebbe contro de' maliziosi uomini e grossi;

ma quand'un fa il dover, com'ogn'uom debbe, basta; ché chi per le lingue restasse, starebbe fresco e nulla non farebbe. Pensate un po' se per me si provasse

che quanto più le cose vanno in alto, più son caparbie, e men sempre le basse. Ma perch'io non vo' fare or sì gran salto, né ragionar del fato e delle stelle,

ma passeggiando andar per questo smalto, lascio andar cento cose buone e belle, massimamente or ch'io fo quella storia, quando Marsia fu tratto dalla pelle.

Chi è caparbio aspira a vera gloria e sa mostrare alla fortuna il viso e 'l vero onor distinguer dalla boria. Starebbe a patti prima essere ucciso,

che macchiar sua virtù, né la sua fama cambierebbe al monton d'Elle e di Friso. In cambio di temer, valoroso, ama, perché la conscienza netta e pura

risponde a viso aperto a chi la chiama. Quand'il caparbio è di nobil natura, ch'è quel ch'io pregio, alcuna volta scherza e fa quasi di sé nascer paura.

E qualche volta adoperra la sferza sopra gl'amici e non parrà satollo per la prima percossa o per la terza. Piange ben dentro e sofferir non puollo,

ma per provar se l'oro ha schiuma o rame lo pon nel fuoco, pria ch'al braccio o al collo. Tempo vien poi ch'a chi vede che l'ame rend'alti guiderdon, ché nobil alma

incaparbita ha sol del giusto fame. Ma troppo grave e troppo sconcia salma mi tiro addosso e 'l cominciato stile tropp'alzo e par ch'io cerchi alloro o palma.

Or ecco ch'io lo calo e passo umile tra le cannuccie e' salci e 'n parte colgo pur qualche fior, se ben non è d'aprile. E non curando ciò che dica il volgo,

che, s'e' fusse caparbio e none sciocco, starebbe cheto, a' caparbii mi volgo e dico che quaggiù chi non è tocco da quest'umor si può sotterrar vivo

o tener vita di gufo o d'allocco. Perché chi è d'esser caparbio privo gli manca più che l'essere ed è quasi quel ch'io lascio per borra e none scrivo;

potrebbonsi agguagliare a certi vasi che v'è piovuto su pria ch'e' sien cotti, sboccati e senza manico rimasi. Son di costumi sgarbati e corrotti,

ciarlono a vento e son peggiori ancora, che sciagurati, non che ladri o ghiotti. Ma dove quest'umor vive e dimora, dimora e vive ogni gentil costume

e gnoranza e viltà muore o va fuora. L'umor caparbio è com'un chiaro lume, grande e scoperto, al cui splendor si vede la via, che sale al monte o cade al fiume.

Fa com'il foco, ancor che non concede luogo a cose leggier dentro al suo seno, ma gravi e salde e di provata fede. Questo l'uom purga dentro e fuori, e pieno

lo rende e mostra di pensieri e d'opre saggio e cortese e splendido e sereno. Andate a dir che chi 'l possiede adopre adulazione, inganno o tradimento,

né pur lo pensi o l'acconsenta o cuopre! Vuol di se stesso in sé godersi drento e saper d'esser netto e poi non teme che nulla il possa far men che contento.

Quelle ch'il volgo ha per miserie estreme, che molte son, né raccontarle intendo, non posson far le sue letizie sceme. Non simula, non finge o va coprendo

i suoi pensier sotto contrario ammanto, se non per far qualche bene stupendo, ché non disdice ad uom severo e santo, anzi conviensi a ben seguire o male

schivar, finger tal volta o tanto o quanto. Lieto impromette ed attien liberale e più stima gl'amici ch'il tesoro, come cosa più ferma e che più vale.

Io pur m'innalzo e non servo il decoro del cominciato stil che piano e basso pensai guidarlo, or non me ne rinquoro, perché quanto più guardo a dentro e passo

col pensiero e con l'occhio e mi profondo più debil mi conosco il viso e 'l passo. Quest'è un mar che non ha riva o fondo, una materia ch'uno stil richiede

de' più alti e sottil che sieno al mondo. Ond'io vo' ritirare indietro il piede e forse andar più innanzi saria peggio, ch'il men caparbio al più s'inchina e cede.

O glorioso umor caparbio, io veggio ch'io non ti so lodar tanto che basti, onde riposo alle mie forze chieggio. E voglia Dio ch'io non abbi anco guasti

i concetti altamente incaparbiti, che nel principio a scriver m'incapasti. Bastiti al manco ch'io abbia obbediti que' santi preghi giusto la mia possa,

che così spesso son nel cielo uditi. Orsù gagliardamente in fin che l'ossa reggon la carne, ognuno incaparbisca, né mai vizio o viltà piegar lo possa

e s'ingegni e proccuri ed avvertisca che gl'altri sien caparbii come lui e quest'umor beato alzi e nutrisca. Ed io sarò, se mai caparbio fui,

e voi se foste mai caparbii siate, acciò che e' non ci possa innanzi altrui por piede mai nella caparbitate.

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