Quel che più ci difende e ci assicura e che più ci conserva e ci riguarda dalle disgrazie e' danni è la paura. Questa, molto non è, che d'una giarda,
che m'era ordita, per istrana via mi sviluppò con man pronta e gagliarda, onde non posso far ch'io non le dia luogo fra queste mie di mezza taglia
rime e non mostri ch'amico le sia. E se prego fu mai ch'al monte saglia vostro, o fanciulle, che paura tiene vergini, forse il mio salirvi vaglia.
Vorrei mostrare onde paura viene, quel ch'ella sia e per quel ch'ell'è data all'uomo e s'ell'è male o s'ell'è bene. S'ell'è buona o cattiva, giudicata
sarà da voi, buone persone, allora ch'io ve l'avrò dipinta o disignata. Nacque paura la medesim'ora che l'uom conobbe ch'e' gli conveniva
guardarsi, ancor ch'ella rinasca ognora. Non vi curate così ch'io vi scriva chi fu il padre o la madre, basta ch'ella è una cosa, senza corpo, viva.
Non credo già ch'ella sia troppo bella per dirne il ver — ma che c'importa questo? — o bella o brutta, e' non s'ha mai a vedella. Basta ch'ella ci è utile e nel resto
avvertita e guardinga e savia molto, di che si dee tener conto più presto. Sempre sta desto e sempre sta in ascolto chi ha paura e tien gl'orecchi tesi,
né mai si trova sprovveduto colto. Chi ricercando va gl'altrui paesi e ha paura, a ogni cosa pensa e 'nvan gli sono inganni o lacci tesi.
S'e' giugne all'oste, al letto e alla mensa pon cura e la sua bestia adagia e serra ben l'uscio e 'l tempo e 'l luogo ben dispensa. Che dirò io di quei che 'n su la guerra
vanno, che sendo sempre paurosi, non son mai vinti o per mare o per terra? L'animo tropp'ardito licenziosi fa i soldati e, i nimici non curando,
son poi tarpati cotti o sonnacchiosi. Chi ha paura ogni legge, ogni bando vuol udire e sapere e 'l tutto osserva, né passerebbe alla porta frodando.
Va', di' che mai di quel d'altri si serva un ch'à paura, contro alla tuo voglia, non ch'altro, d'un famiglio o d'una serva? Non senti mai ch'e' biasimi o si doglia
di quanto ordini o faccia un magistrato; né pur che nelle spalle si raccoglia. E s'e' ved'un ch'abbia la spada a llato, o alabarda o altr'arme e ch'e' tenga
mezza la strada, va dall'altro lato. Non vo' però che 'n animo vi venga, ch'io lodi la paura, ch'è cagione di danno o che l'onore o scemi o spenga,
che chi è vil di natura e poltrone ch'io lo lodassi mai, Dio me ne guardi, o fugge in guerra senza gran ragione! La mia paura ch'io lodo, a' gagliardi
e animosi mai non si disdice; ben vo' ch'ella gli salvi e gli riguardi. Or non ha l'uom, che brama esser felice, paura che l'onor non se gl'imbratti
e di quanto a ben viver contraddice? Fa la paura avere a' proprii fatti suoi cura e di que' d'altri non s'impaccia e sempre, ov'ella possa, aiuteratti.
Non vuol già che tu salti tante braccia quant'Alessandro, allor che troppo audace gli stava ben rimanere alla stiaccia. Né partirsi senz'arme anco li piace,
mandricardo, potendo andar fornito e cercar poi le brighe e fuggir pace. Né sia da dar la nave al mare ardito, quando il tempo è contrario, uno, e che poi
invano abbia paura e brami il lito. Dette natura la paura a' suoi uomini cari e anco agl'animali per benefizio e di loro e di noi.
Non vi pensate che gl'orsi e' cinghiali stessin pe' boschi e' lioni e le fiere altre selvaggie, gagliarde e bestiali, se non che la paura le fa avere
dell'uom paura e tanta, che di mente esce loro ogn'ardire, ogni potere. Se ciò non fusse, non potria la gente uscir di casa e quivi anco, sicuro
saria l'uom come dir poco o niente. Non so trovar per quel che dello scuro, cioè del buio della notte, tanta paura s'abbia; e fatica ci duro.
Né gli crediate, se ben un si vanta spesso di non aver paura ignuna, ch'e' n'ha poi più degl'altri o altrettanta. Quel non vederti intorno cosa alcuna
e potervi esser venti com'un solo, forse questa paura ci raguna. Ma che vuol dir che, non ch'altro, un cagnuolo ti giova allor che tu abbia con teco,
un mucinuzzo o qualch'altro bestiuolo? Già non varrebbe aver tal guardie seco, se dua o tre ribaldi o più la festa volessin farti, ov'è com'esser cieco.
Ed ha maggior paura un quando resta solo in una gran casa o in una chiesa, che 'nn un po' di stanzuccia lesta lesta. Musa, aiutami tu, ch'a questa impresa
ho gran paura rimaner a ppiede, che con paura m'è venuta presa. Forse esser può che dove non si vede lume ti nasce subito un pensiero,
mezzo dal mondo e mezzo dalla fede. Il mondo al buio t'ha per forestiero e par ch'e' t'abbandoni, e' suoi colori ti cela e ti nasconde ogni sentiero.
Onde tu quasi di te stesso fuori resti e ti par ch'ognun pigliar ti possa, né poterti difender ti rincuori. E tanto più questa paura ingrossa,
quant'hai più stanze intorno abbandonate, com'a più gente per tuo danno mossa. E par che, dov'er'uso a star brigate, sendo allor vote e tu rimasto al buio,
che quelle stanze a' ladri sien restate. La fede poi, ch'ama la luce e 'l buio odia, ti mette in certe fantasie, che farebbon paura in sin a Cuio.
Spiriti e morti, diavoli e malie, tregende e streghe e furie e inferni brutti ti fanno entrare in mille frenesie. Con l'immaginazion formi i più rutti
visi del mondo e quanti casi strani hai mai sentiti, innanzi t'ha condutti. Non t'ardisci, non ch'altro, con le mani andar tastando, per non porle addosso
a qualcun, che ti ciuffi e squarti e sbrani. Allor s'un'asse scricchia o senti mosso dal vento un uscio o qualch'altro romore in quel silenzio nero t'ha riscosso,
per questo un tuo animal ti può minore far esser la paura, ch'a chiamarlo, rompi quell'aria cheta e quell'orrore; e sentendo romor, puoi creder farlo
egli, e tenendol teco appresso, parti esser tra i vivi, potendo toccarlo. Le chiese ancor, perché son grandi, farti posson più gran paura e da più lati
e men par ch'ivi alcun possa aiutarti. Quivi ti par de' morti sotterrati essere in preda e passeggiar li senta e ch'e' panni da lor ti sien tirati.
Quivi ti par che possin più di trenta mila schiere di spiriti venire e, non ch'altro, il segnarti ti sgomenta, per non gli fare in collera venire
o metter qualche strido, che ti facci per la paura subito morire. Ma perché m'avvolgh'io fra tanti impacci paurosi, essend'uopo che più tosto
dal dubbio che vi strigne, vi sdilacci? Il quale è questo: a che fine ci ha posto simil paure la natura avanti, tanto dal vero e dal dover discosto?
Non vuol natura che nessun si vanti di saper ogni cosa, anzi segreti ci sien nascosti, infiniti e inportanti. Par non di meno, ancor che ci si vieti
saperli in fatto, ch'in noi sia potenza che d'esserne un dì chiari s'interpreti. Troppo sarebbe fuor di squadra, senza cagione averci tal paure invano
date natura e quasi ch'a credenza. Massimamente ch'esser la veggiano cotanto in tutto 'l mondo universale, che senza, non par l'uomo essere umano.
Né par che fuor dell'uomo altro animale tema spiriti o morti o 'l buio aborra, come colui ch'ha l'anima mortale. Là dov'all'uomo è dato ch'e' discorra
dell'altra vita, a suo marcio dispetto, per tal paure, ond'al suo Dio ricorra. Chi è colui di sì poco intelletto, che non confessi che, 'n quanto al periglio,
si potre' star con un morto nel letto? Pur non è uom di sì savio consiglio, che solo, al buio o al lume, ve 'l tenesse di notte o almen non ne turbasse il ciglio.
Questo vuol dir che quell'anime stesse vivano ancora e ti mettano in forse d'esser allora in que' corpi rimesse. Per questo adunque all'uom natura porse
paura, ch'a chiarir l'anima etterna, argomento fortissimo la scorse. Provato questo, or che non discerna sarà, quanto paura possa e vaglia?
E chi, s'e' non è matto, che la scherna? Pongasi pur fra la peggior canaglia che sia, colui che paura non sente e che dietro alle spalle se la scaglia,
perch'egl'è forza che costui divente scorretto e licenzioso e tanto tristo, ch'e' non abbia con l'uomo a far niente; e per contrario sperisi ogn'acquisto
di buon costumi e saviezza e bontade in chi paura conservar s'è visto. Questa comincia in puerile etade a farsi avere a' putti, or con befane,
maschere e orchi e simil vanitade; ed è cagion che spesso si rimane qualcun di lor di certe lezie e vizii, che si farien col tempo usanze strane.
Questa conserva in giustizia gl'ufizii e fa fare il dovere agl'artigiani e' preti esser divoti e dir gl'ufizii. Questa farebbe più forti i cristiani,
avendone un po' più degl'infedeli, trar loro i denti e 'ncatenar que' cani. O di voi stessi e di noi più crudeli, che non avete paura del danno,
che v'are' sempre a tener ritti i peli! Ch'aspetterete voi quand'e' faranno della paura e del danno un fastello e 'n sempiterno addosso ve 'l terranno?
La paura che nasce a questo e quello è di due sorti o, se sola si conta, quand'ha brutto il vestire e quando bello. Coi buon l'ha vago e a consolargli è pronta
e co' tristi l'ha sozzo e sempre orrenda e spaventosa in mezzo al cuor gl'affronta. Quanto conforto par ch'un buon si prenda con la paura ch'ha di non far cosa
che Dio o sé o 'l suo compagno offenda! E quanto affanno un tristo, che non osa d'errar per la paura del supplicio, che faria, senza, ogn'opra niquitosa!
Da questo si può far retto giudicio che 'l ben ne' buoni accresce e 'l mal ne' rei scema, onde ci fa sempre beneficio. Che cosa or sia paura a dir v'arei
e come e dove in noi nasce, onde e quando, ma dirvi tante cose non vorrei. Potreste ben andar considerando dagl'effetti di quella per voi stessi,
quel che, per non farvi uggia, vo stralciando. Ma s'un dicesse poi ch'io lo facessi più per paura, che per esser corto de' tanti avverbii che 'nnanzi v'ho messi,
dico che la paura è un rapporto furioso e presto, che nel cuor si lancia per far altrui d'ingiuria o danno accorto; nel cuore o sia da vero o sia da ciancia
nasce e li vien dall'occhio o dall'orecchio o dal pensier talor che 'l fiede e lancia. Quando, esser sempre può, ma in apparecchio mai non ti truova, che minor verrebbe
assai e questo essempio vi sia specchio, ch'un subito romor, come sarebbe quel della guardia, paura che importi, sappiendol prima, mai non ti farebbe;
ma chi no 'l sa, non sia che si conforti di non aver paura, essendo presso e fuor di tempo; e ben più ne' men forti. Non so già s'io v'arò pel verso messo
la veste addosso, ma ben so che quanto io n'ho saputo il me' ch'io posso ho spresso. Ma non è la paura a ch'io dò vanto questa, ch'appena è nata, ch'ell'è morta,
né suol far l'uom più cattivo o più santo. Questa muor come la ragion l'ha scorta vana, ma la mia nasce col discorso e 'l vero o 'l verisimil sempre apporta.
Nasce a bell'agio e scema e cresce e 'l corso non termina per poco e vive assai, perché sempre bisogna all'uom soccorso. Ma quando di paura incominciai
a dire, ebbi paura di dir poco; or ho paura di non finir mai. Or ritornianci, Muse, al nostro giuoco, ché 'n verità per vostra gentilezza
m'avete fatto far cose di fuoco. Con poche voglie paura ci avvezza e quelle poche ancor vuol che sien tutte di bassa mano e di mezzana altezza.
Non sarrebbe mai in cima per le frutte, se di terra l'aggiugne e mari e monti sfugge, s'ir può per piane strade e asciutte; s'e' trova un fiume che 'l cammin l'affronti,
non si curerà ire uno o due miglia per ischifarlo o passarlo in su i ponti. Misurerà l'altezza con le ciglia, più che co' pié, di Lerice o San Leo
e di discosto, giudicio ne piglia. Arà più caro avere il giubbileo nella sua terra, che d'andare a Roma, ché la spaventa il cammin caro e reo.
Questa puledro o bestia altra non doma, mai non cavalca e, quando restia fosse, ne smonta e fugge i carri e ogni soma. Non attraverserà ciglioni o fosse
col cavallo e trovando scesa o passo, cattiva, scende giusta le sue posse. Poco la troverai di notte a spasso e cammina a bbell'agio e non riscalda,
massimamente quand'ell'è in un grasso. Chi ha paura pigliare una calda, avvien di rado, ché, se pure e' suda, se ne va a lletto e prima se lo scalda.
Dite che in una calca si rinchiuda o, dove i Lanzi con l'aste fan largo, si ficchi innanzi o con qualch'arme ignuda? Non averia tant'occhi il pover Argo
quanti ha paura e tiengli sempre aperti, né l'altrui zufolar le fa letargo. Lascia alle bestie le tane e i diserti e le tempeste al mar, le strade a' ladri
e prende gl'agi che gli sono offerti. Lascerà Plinio andar dov'egli squadri Etna e Vulcano, acciò che non gli costi o trovi cosa alfin che non gli quadri.
E veggendo a un muro i legni posti, dove si muri o un tetto si spazzi, non aspettate mai che vi s'accosti. E quando il carnoval fanno i ragazzi
a' sassi, si sta in casa o le vie smuccia e non dà noia o corre dietro a' pazzi. Non s'accosta o a orso o a bertuccia, non tocca serpi o simil bestie e cheto
sta quand'un altro gridando si cruccia. Vorrà più tosto pagare il divieto, ch'ir capitan verbigrazia a Livorno, per tornar poi come l'aringhe indrieto.
Non mangerà com'egl'escon di forno i bassotti o la fava, per la bocca lagrimar cotta e aver danno e scorno. Parràgli cosa spaventosa e sciocca
impacciarsi di stati o favellarne e tanto più, quanto manco gli tocca. E per cacciare a' porci, a' lepri o starne andrà in mercato e, non avendo il modo,
proverrà s'e' si vive a non mangiarne. Non andrebbe anco a conficcar quel chiodo, come fe' quello sciocco di quel prete, cosa da non lasciarla a nessun modo.
Erano insieme una sera segrete in San Lorenzo, innanzi mattutino ch'avien cenato più brigate liete. Era un tempo crudele e malandrino
più che mai fusse e buio, com'in gola, da far paura a ogni baiardino, e, com'avvien, di parola in parola si venne a dir della paura e come
a simil tempi scapigliata vola. Allor ch'un prete, ch'io non dico il nome, disse: “Chi vuol giucar di polli un paio, che — mi s'arriccia a pur dirlo le chiome —
ora e solo e al buio nel carnaio, sotto le volte, andrò fin colà entro, dov'oggi fu sepolto il carrettaio; e per segnal di ciò, nel fesso dentro
ficcherò del suo avello questo aguto, con un martello, in sin al capo a dentro?” Giucò un seco e pattovì ch'aiuto non se li desse, ond'ei partì col ferro
e col martello, andando al tasto e al fiuto. Scese la scala — ahi, troppo ardito e sgherro! — volse a man destra e così brancoloni n'andava, avendo fatto un cuor di ferro.
Più volte in que' pilastri e 'n que' cantoni percosse ed in quell'ossa per esempio poste e per farci dir “Dio gli perdoni”. Passò il sepolcro di Cosimo e 'l tempio
insomma tutto e sentì molte volte romori e voci e pur v'andò, lo scempio. Venuto insomma in capo delle volte e trovato l'avello al tasto e 'l fesso,
si chinò giù con le gambe raccolte. Ma quando ei pensò aver l'aguto messo in quel convento, de' panni un gherone si conficcò col martello egli stesso.
Poi, per rizzarsi, ch'era in ginocchione, si mosse, ma l'aguto fermo il tenne, tanto ch'e' cadde, alla conclusione. Subitamente nel pensier gli venne
ch'un di que' morti lo tirasse e steso per la paura, più che morto, svenne. I suoi compagni, che l'avieno atteso un pezzo, dubitando, alfine un branco
v'andorno, avendo più d'un lume acceso. Giunti a llui, freddo trovandolo e bianco, e vista la cagion di ciò, di quivi lo sconficcorno e seco il portorno anco,
ove, con argomenti molto attivi, lo rinvenirno e una gran fatica durorno a farlo ritornar fra i vivi. Or chi, ch'aver paura si disdica,
potrà mai dire a l'uom, per savio e scaltro ch'e' sia, che se ne pensi il volgo o dica? Anzi farsene beffe par, non ch'altro, cosa da stolti e però vi ricordo
aver paura e 'mparar l'un dall'altro, ché, quando il danno e la paura accordo insieme fanno, invan ti duoli e piagni, né lieva il male accusarsi balordo.
Or fate dunque ch'ella v'accompagni sempre e ch'ella v'abbracci e tenga e stringa, acciò ch'onore e util vi guadagni. Come paura si figuri e finga,
saper vorreste e con che viso e chiome e com'ella si calzi e vesta e cinga. Troppo lungo sarei, ch'a questo nome convengan tanti aspetti, abiti e volti,
che 'nvan si tenterebbe il quale e 'l come; ch'una furiosa, e' crin canuti e sciolti, e gnuda e vecchia esser vorrebbe e fiera avventar ferri e fuochi in atti stolti;
un'altra, se ben pallida e severa, mostrar modesta e savia e di coprirsi dall'aria, che lontan vede far nera; un'altra delle veste alleggerirsi
e correr verso un poggio, che la piena scorge d'un fiume incontra alta venirsi. Donna che segga sopra sasso o rena può farsi e che, 'nvitata entrare in nave,
mostri la terra d'erbe e frutti piena. E donna in contro un zeffiro soave, gittato in terra in più pezzi la rosta, con mano il manto in sul petto s'aggrave.
Una potre' di nebbia esser composta o tutta o mezza o dal capo o da' piedi e altra starsi rinvolta e nascosta, tanto che, 'n quante più forme la credi,
più te ne manca; orsù, poi ch'egl'è otta, Musa, finir, sol questo mi concedi, ch'avendo la paura nome dotta, cioè, quella ch'io lodo, abbia per fermo
la gente ch'ell'è util, buona e dotta e sia certa anco che qui non mi fermo, perch'io non abbia più cose e più nuove da dir, ma che più oltre io passi al fermo
non vuol paura e mi rivolge altrove.
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