Com'in collera? Ohimè, ben sarei stolto, Erato nostra, a volerla con voi e vi siete oramai scusata molto, ch'io fussi stanco pel vegghiare e poi
già fusse l'alba e fusse ora d'andare a dare alla mia arte i tempi suoi, se m'aveste allor detto, come pare ch'or m'accenniate, non m'areste fatto
d'infinite altre cose sospettare, come dir ch'io non fussi a parlar atto, di me non dico, ma degl'altri vostri seguaci in verso tanto sopraffatto.
Ma Polimnia, che mi frugava, mostri quante volte io l'ho scritto, con pregarla ch'ella ci lasci fare i fatti nostri. Ed ella sempre m'ha risposto: “Parla,
basta che tu sia inteso, in prosa o in rima; non si dee sempre nel sottil guardarla”. S'altri che quei che d'eccellenza in cima son, non ardissin di comporre, a pochi
sarà concesso o saria stato prima. Dica pur quante storie e quanti giuochi ella m'ha avuto a far, perché la penna io pigli e voi con lei sue suore invochi.
Forse, diceva, il viso o la cotenna pesta a qualcun questo mio stil più lento e fral ch'un giunco, come qualche antenna. Io pur so ch'avvertito e a rilento
andar m'ingegno e far danno o dir male a uom del mondo non cerco o consento. Ben veggio il segno e vi saprei lo strale voltar, ma no 'l farei, che ben intende
a chi tocca, un che parli in generale. Poi mi scusava in me, con dir, non prende me, come gl'altri, la mia rete? e cuopre chi vi si cala e non men chi la tende?
Non men di me cerch'io che d'altri l'opre non ben rette scusare, anzi alle mie più severo censor convien ch'io adopre e, se per torte errando e strane vie,
veggio ir qualcun, mentr'io scrivo, a me dico: “Qui cadi e 'nciampi e ti smarrisci quie”. Troppo lungo sarò se d'ogni intrico vorrò scoprirvi il dubbio, in che m'avvolse
l'un atto acerbo e l'altro dolce e amico. Ma perché mai non mi dorrà, né dolse d'obbedirvi e tutt'altre, or ch'accordate vi siete, e mi rilega chi mi sciolse,
seguitando le scuse incominciate, ai miei compagni già rivolto, prego che bisognando con lor mi scusiate. Ch'e' si dovesse far sempre non niego
perfette l'opre o pur non sempre, è uopo scusarsi d'ogni po' di macchia o frego. Ma le scuse gagliarde usarsi dopo bisogna, ch'uno ha fatto una figura,
che non sia nel disegno uccel né topo, o s'ell'è ignuda quasi una natura nuova, aver fatto altr'ossa e altri nervi, in che d'errar la prima ha tal paura
e quand'egl'avverrà ch'e' non s'osservi non pur muscoli o pelle o ombre o lumi, ma posto a caso ogni cosa vedervi. Allor bisognerà che l'urne i fiumi,
da noi dipinte in cambio d'acqua, scusa versin che mai non fermi o si consumi. Pongasi al breve tempo qualch'accusa, al poco premio ed alle cure assai
e forse alcuno accuserà voi Musa. Scusisi alcun con dire: “Io cominciai contr'a voglia quest'opra e m'è venuta a nnoia affatto e vo' sbrattarla omai”.
Un'altra scusa e che non men ci aiuta dell'altre, si vuol sempre aver fra mano, dai non dell'arte poco conosciuta, che se storpiato o gamba o braccio o mano
vien altrui fatto o torso o testa o piede o qualch'atto dal ver tronco o lontano, se la ragion di ciò qualcun ti chiede, ch'e' sono scorci dire, intesi solo
da quei dell'arte e che l'arte concede. Ma quand'un se ne intende — oh, quest'è il duolo! — scusianci e se per sorte la bugia non passa, confessianla a solo a solo,
che, mescolando con galanteria qualche scusetta, doverrà bastarci, ch'e' paia che colui contento stia, non doverrà per questo rovinarci,
ché gl'intendenti son tutti discreti; degl'altri poi potrem manco curarci, che licenza i pittor, come i poeti, hanno, potrete dir, fatto o lasciato
cosa che l'arte ci comandi o vieti. Giova molto a qualcun, quando lodato non sia da altri, dar lode a se stesso, ben ch'e' non l'abbia così meritato.
Perché, se ben di tempo con processo si scuopre il ver, quel tal che lodarti ode per esser galantuom ti crede spesso. E io ho già sentito e me ne gode
l'animo, tal, ch'io so certo che mente, darsi e farmele creder cento lode. Pensate un altro poi se gli consente, che no 'l conosce e massime se poco
di ciò s'intende o si cura o pon mente. Naturalmente certi penon poco in su l'opere lor, per più danari tirare a sé, che piace lor quel gioco.
E sonsi avvezzi per modo, i compari, che, quand'e' voglion far adagio, fanno peggio che tosto e non son mica rari. Lavoran lieti e non piglionsi affanno
d'altro, che venir presto alla vernice, che solo il guadagnar per iscopo hanno. Costor le scuse in sin dalla radice sbarbon, con dimostrar ch'a chi fa tosto,
qualch'error comportar non si disdice, ma che ben hanno col tempo proposto di far un tratto un'opra sì perfetta, ch'ogn'uomo stupirà presso o discosto.
Credelo il volgo e questa prova aspetta e chi non crederre' che maggior bene si debba fare adagio assai, che 'n fretta? Per l'ordinario quel tempo non viene,
ché 'l lavorar senza intendere e a caso, va sempre al peggio e manda in giù la spene; ché se la muffa o 'l fradiciume un vaso ha dominato un tempo, ancor che buono
vi metta il vin, si guasta o dà nel naso. Così intervien di questi ch'io ragiono, ch'ogni studio ch'e' pongon poi 'n un'opra, si perde e scorre in quel ch'avvezzi sono.
Ma con le scuse allegate di sopra a chi così minuto non la trita, par che questo ciarpame si ricuopra. È delle scuse la schiera infinita,
tal ch'a scoprirle tutte o false o vane non suol d'un uom sì lunga esser la vita. Adoprisi una scusa oggi e domane un'altra e l'altro un'altra e non si tema,
ché, com'è detto, sempre ne rimane. E se ben, com'il mar non cresce o scema per pioggia, regge ad ogni scusa il vero, qualche scusa gagliarda fa ch'ei trema.
Piacevi ch'alcun dica che 'l sentiero omai del Buonarroto sia tropp'erto, né d'arrivarvi niun faccia pensiero? Che questo sia consiglio iniquo è certo,
perché l'operar suo ci è guida e insegna al vero albergo e ci trae del diserto. E questa scusa capricciosa regna tant'oggi, che 'l dipigner si converte
in frasche e poco si studia e disegna e le semplici turbe poco esperte de' giovani van dietro a questa pesta, onde l'arte dal ver cade e diverte.
E chi ciò dice è cosa manifesta che, come quei che fe' nel cesso il salto, cerca trar gl'altri alla medesma festa. Pur lo stimo d'ingegno e di cor alto,
chi 'n cosa tanto dal dover remota, ardisca far al ver sì bravo assalto. E perché quest'ardir chiaro dinota ch'egl'abbia delle scuse il vento in poppa,
da sé si scusi e da sé si riscuota. Un'altra cosa non vogliano in groppa portar certi bestioni e dicon certi pigliarsi architettori licenzia troppa
e che gl'Antichi doppo molti esperti modi e provati si fermaro a quelli, che ci ha Vitruvio ne' suoi libri offerti. E non sol hanno per istran cervelli
quei che forman da lor mostri e chimere, ma per prosuntuosi e pazzerelli; e che non posson pazienza avere, senza ragion, di lor proprio capriccio,
vederli tanto uscir fuor del dovere. E quasi anch'io con lor mi raccapriccio tal volte e parmi meritar tacendo, più ch'a portare i zoccoli e 'l cilicio,
ma sia quel modo antico reverendo, né se li possa né levar né porre, se non errando e contr'al ver facendo. Ecco le scuse, ecco chi gli soccorre;
gl'Antichi uomini furo, uomini sono anco i moderni e ciò non si può torre; perché non possan oggi a quel lor buono giudicio aggiugner questi? e trovar nuove
fantasie d'altro stile e d'altro tuono? Par a me che son uom, diranno, dove poser gl'Antichi le mensole, porle co' le man come lor, quivi e altrove,
e le colonne allargarle e raccorle con misure a mio modo e le cornici far di mio capo e di regola sciorle. Perché dobbian noi esser men felici
di loro? mancanci i modi? or chi le mani ci tien legate, a noi stessi nimici? E se già si pigliar gl'Oltramontani tanta licenzia e furon sì lodati,
con tutto ch'oggi ognun ne levi i brani, non è più vago andar pei verdi prati, di nuovi fior tessendo una ghirlanda, che farla sempre de' primi trovati?
Così gl'Antichi si posson da banda mandare, anzi si mandano, e l'onore n'ha delle scuse la schiera onoranda. Chi sa se forse col tempo in favore
saranno certe cose che son oggi d'ogni buon uso e d'ogni legge fuore? Già fu il profondo del mare in su' poggi e se ne vede il segno e torneravvi,
se prima il fuoco non fa ch'ei diloggi. Così forse l'usanza avvezzeravvi a sopportare il voto sotto il pieno e la licenzia falsa piaceravvi.
Non fia vago a veder nascer nel seno fors'un dì d'una donna, ov'ha le poppe, le gambe? architettando non di meno? E porre il viso loro in su le groppe,
forar gli stinchi e turar bocche e occhi e i veli in terra e 'n su tener le cioppe? Faccin le scuse pur che questi sciocchi rimanghin con le lor ragioni stracchi,
ch'a voi sempre avverrà che più ne tocchi. Né già la possa alle scuse si fiacchi, da voi che trassinate i bronzi e i marmi, né la lor daga si ripieghi o intacchi
e bisognando servirvi d'altr'armi loro, in vostra difesa a mente stievi il loro schermo e nessun le risparmi. E se ben le misure ne' rilievi
posson male scusarsi o scarse o giuste, come voi dianzi, o dipintor, facevi, che con la squadra e con le seste giuste, non v'è lecito errar, poi che nell'arte
da prospettiva e scorci esenti fuste, molte di quelle scuse innanzi sparte nella pittura vi possan servire, senza di nuovo inbrattarne le carte.
Ben mi vi pare in vostra scusa udire di fianco scarso o spalla o gamba o braccio dir dal metallo o dal marmo venire e che noi siam venuti in un mondaccio
ch'ognun vuol biasimare e bene spesso, tal vi riprende che non ne sa straccio. Non vi scordate di scusarvi appresso dell'obligo per tutto sparso omai,
ch'à chi lieva, il ripor non è concesso, se ben tal cosa non intervien mai, se non a certi avventati, che 'ndegni son di far soglie o di forare accquai.
Ma quando ella non passi fra gl'ingegni pratichi questa scusa, non per questo è da sprezzarla o non parerne degni, perché quei che san poco e tutto il resto
del volgo, che non sa nulla, stupisce, quando gl'è tal pericol manifesto, né sa ch'un rozzo scarpellino ardisce, pur ch'e' sappia il mazzuolo o lo scarpello
oprare e far le pietre piane e lisce, quand'egl'è posto innanzi un buon modello e un marmo, che 'l cappia, farlo e' puote — e ce n'è stati assai — come sta quello.
Quanto chi intende il può, me' far si note fatto, che gl'ha l'esemplo e poi non voglia ignoranza e pigrizia per divote, ma fedelmente le misure toglia
e s'e' non voglia o possa migliorallo, quanto di terra fe' nel marmo accoglia. Pur, quando si facessi qualche fallo, con un tassello o qualche modo vago,
accortamente potrete scusallo. Fammisi innanzi delle scuse un lago sopra varie persone e stati e gradi, onde a tacerle tutte non m'appago.
Quanto più saggi son gl'uomini e radi e quanto più trattabili e benigni e di miglior creanze e qualitadi, più sogliano scusarsi e più maligni
quei che manco si scusano e i lor falli soglion passar con certi falsi ghigni. Guarda la gamba a questi tali e dalli consigli e opre lor chi può ti guardi,
ché gran fatica è sapere schifalli. Voglion le scuse aver certi riguardi, certe accortezze e certi avvertimenti, ch'elle non ti ponesser fra i bugiardi.
E se non vere, parer, ch'altrimenti te le battezzerebbon magre o sciocche, senza fidarsi poi di te le genti. Ma chi non si curasse per le bocche
del popolo ir per cerretano o baro, può seguitar, come s'a lui non tocche, che non passò per valoroso e chiaro alcun già mai, ch'à tolti per compagni
quei che dell'arte lor si vergognaro. Quanti oggi eroi chiamati sono e magni antichi dico, che di scuse privi, sarien tenuti malvagi e mascagni.
Assai ci siam travagliati co' vivi, né sarà male un po' rimescolarsi co' morti, innanzi ch'alla fin s'arrivi. Vedete voi come bene scusarsi
seppe Enea, sazio della bella Dido, per ingrato, com'era, non mostrarsi? ben ch'a dar la stretta al proprio nido con Antenore fusse, è stato in modo
bene scusato, che di pio ha 'l grido. Ricuopre a Bruto la congiura e 'l frodo la scusa di voler liberar Roma, che non potea salvarsi inn altro modo.
Scusasi Iulio aver giogata e doma la patria e 'l tutto in un voler ridotto, perché i nimici gli ponean la soma. Ottavio, Marco e Lepido, che sotto
tuffar nel sangue Roma, ebber la lunga pace poi per iscusa e per raddotto. Ma perché tanto andar, ch'io non v'aggiunga, alto vuoi stile? Or via, che te 'l concede
n'abbia la cura; io non vo' seco punga. Scusarsi il perlon Paride si vede d'aver di Leda rapita la figlia, se ben sì gran ruina ne succede,
ch'oltre ch'amore e beltà ne 'l consiglia, dice che 'l ratto d'Esiona innanzi mosse a vendetta farne sua famiglia. O tre volte felici o beate, anzi,
antiche donne, io non posso tenermi pianger nuove con voi; fatevi innanzi. Belle scuse avìen pur leggiadri schermi, s'e' venìa fatto lor per forza o ingegno
qualche piacere agl'appetiti infermi, avìen Giove, il sol, Marte e tutto il regno del ciel, fin a quel vecchio di Saturno, che colorivan loro ogni disegno.
Quante galanti e amorevol furno, che 'ngravidate, com'accade, i figli facean di Giove o del lume diurno? Almena, Ercole nato, da' perigli
scampa Giove, che scusa altra non v'era, ch'Anfitrion tropp'è dal lato uscigli. Dei fondator di Roma, a cui la fiera lupa dié 'l latte, s'e' non era Marte,
la madre era tenuta una truffiera. Venere ancor di queste scuse a parte si mette, a salvar gl'uomini e d'Anchise amica fassi e 'l ver si cela in parte;
ché dovette una ninfa in quelle guise esser madre d'Enea, nel bosco d'Ida, di che più volte poi forse si rise. Non ebber tanti scudi e Crasso e Mida
quant'ebber figli Giove e gl'altri Dei, a chi ben numerarli si confida. Poteva allora ogni monna Colei, non le tornando il parto al far del conto,
dire: “A un Dio per forza m'arrendei”. Ben avete le scuse sempre in pronto, come di sopra è tocco, o pur galante era quel modo e da tenerne conto.
Le scuse de' signori ecco davante ch'or mi si fanno e materia sarebbe, non men forse piacevol che 'nportante. Ma perch'amarli e temerli si debbe,
né li mettere in burle, mi rattengo che s'io ci errassi, chi mi scuserebbe? Or a scusarmi finalmente vengo con voi, se, delle scuse bisognoso
più ch'altri, or ch'a me tocca, il lume spengo. Troppo lungo sarei, troppo noioso, ma le legna in sul pié da me mi taglio; leggetel sopra e 'n questo mi riposo,
scusandomi se più non posso o vaglio.
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