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1503–1572

Del pennello

Agnolo Bronzino

Io vidi a questi giorni un buon ritratto d'un uomo e d'una donna: erano ignudi, dipinti insieme in un piacevol atto. Ebbilo caro — una coppia di scudi —

ché si vedea che v'era tutto drento ciò che può dar natura o i lunghi studi. Io gli stetti a guardar un pezzo, attento, ché mi parea vedergli dimenare,

come colui che n'avea contento. Per quest'io fui forzato a giudicare il pennel, che gli fe', degno di loda e s'io il potrò lodarlo, io lo vò fare.

Chi è colui che a ragionar non goda delle cose che fa questo cotale, nato di pel de setola o di coda? E non è uomo o donna sì bestiale,

che non cerchi d'aver delle sue cose o di farsi ritrar al naturale. Chi si ritrae sul letto o faticose attitudin fa, ritto o a sedere:

chi tien qualcosa in man, chi l'ha nascose; chi si vuol dietro ad un altro vedere; chi vuol esser dipinto innanzi ad uno; chi s'attien; chi fa vista di cadere.

Io non saprei contarne de' mille uno de' diversi atti e modi stravaganti: sapete che il variar piace ad ognuno. Basta, che a fargli o dirietro o davanti,

a traverso, in iscorcio o in prospettiva s'adopera il pennello a tutti quanti. E' non è fra' cristiani arte più viva di quella in che si mescola il pennello,

ovunque l'arte alla natura arriva. Né bisogna a impararla un gran cervello, perché, se un non è grosso qual bue, gli ha chi gl'insegna, purché voglia avello.

Ma l'importanza è ch'un si ponga giue o che un dica: “Vadane chi vuole; io vo' dar dentro” e attenda a dar sue. Questi fanno più fatti che parole

e trovan di quest'arte il miglior modo, come, nel seguitar, avvenir suole. Con voi parlare, o dipintori, io godo, che par che per natura e' vi sia dato

d'avere un grande ingegno e fermo e sodo. Quando vi pare aver ben lavorato non la guardate in quattro pennellate, ché sempre non si serve ad un ingrato

e sia mente, quando voi schizzate o donna o uom per dipingerlo poi, che cattiva maniera non facciate, come disse colui: “Quando tu puoi

trovar un corpo bel, mettilo in opra; se un altro è me' dirieto e tu lo toi”. E non dà noia o di sotto o di sopra, ché si mostra arte e ingegno in tutti i modi,

quando il penel con buon guardo s'adopra. Quando tu senti un altro che ti lodi, non far il grande e non te l'allacciare, sta sotto e esci a tempo e cheto godi.

Ecci chi vuol che giovi disputare sopra questa materia un po' allo stretto e qual di lungo la lascia passare. Io credo che sia meglio irsene a letto:

io volea dire a chi giovi il pennello e in sin a qui non so s'io me l'ho detto, per ben che non importa, anzi è più bello, talvolta in questi casi colle Muse

fare a fidanza a guisa di fratello. Ma l'uomo ha a far con certe teste buse, che tiran sempre mai dietro ad un segno, né val ch'altri si scuota o trovi scuse.

Però convien ch'io aguzzi l'ingegno e ch'io veggia d'alzar questo mio stile, s'io vo' far quella cosa ch'io disegno. O masserizia nobile e gentile!

Entrar mi fai in un gran ginepraio e 'n un fondo maggior che alle Tre Pile. Ma s'io non esco, io non né vo' danaio: io sono stato in pelaghi maggiori,

ancor ch'io non sia grande, come paio. Con che si fanno i re, gl'imperatori, le monache, gli abati, asini e buoi? Con questo solo, intinto ne' colori!

Che cosa troveremo dietro a noi che ci giovasse e facesse favore quanto questa? Nessuna; e to' qual vuoi. Mettiam per caso: una donna si muore;

s'ella si fa dipingere e schizzare, lascia pure quel bene e quell'onore. O cosa benedetta e singolare, tu ci fai, come Dio, tornare al mondo

delle altre volte e ogni dì rifare! S'io credessi toccarne un tratto il fondo colle mie rime, parole e cotale non resterei, ch'io avrei il capo biondo,

ben che una cosa, quando tanto vale, chi la vuol trascinar con grosso ingegno, spesso crede giovarle e le fa male. Ma che si può più chiaro e miglior segno

aver, poi ch'ognun sa che il tuo valore ha quasi il mondo tutto quanto pregno? E, perché io sono anch'io pur dipintore, io vi vo' far vedere a quel ch'è buono

il pennel grosso, il mezzano, il minore. Que' corti e grossi al proposito sono, quando egli accade a guazzo lavorare; fate pur dinotar quel ch'io ragiono.

Ma quando altrui si vuole assottigliare, e' bisogna un pennello accomodato, che serva a quella cosa che s'ha a fare. E questo vi sia sempre ricordato,

che ne' lavori grandi e ne' gentili il pennel vuol aver dell'atticciato, perocché quando son lunghi e sottili si ripiegano in punta e piglian l'atto

dell'esser torti e son poltroni e vili. I' non vo' lodar questi a nessun patto, che ti bisogna lisciargli due ore, se gli vuoi adoprar ad un tuo fatto.

Né per questo si scema dell'onore al buon pennello, anzi s'accresce in grosso e se non fosse che 'l lume si muore io ve 'l farei veder, dov'io non posso.

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