Ogn'arte, ogni scienza, ogni esercizio chi gli facesse bene il conto addosso arebbe qualche macchia e qualche vizio, ma io che per lodarvi mi son mosso
lo starsi, entrar non voglio in questa tresca, anzi sempre le lodo il me' ch'i' posso. So ben quant'un che sa, più ch'uom riesca e per contrario uno ignorante quanto
manchi in subbietto e 'n predicato cresca. Però quant'un più sa, più gli do vanto, ma vorrei col saper ch'anco ei sapesse starsi, potendo, e non bandirlo tanto.
Né terrei molto conto che paresse ch'e' non fusse maestro o baccelliere, pur ch'e' un balordo, alcun non lo tenesse, perché, com'uno ha nome di sapere,
par che gli piova addosso una tempesta, ch'e' non può mai riposo o pace avere. Ognun lo stracca, ognun gli toe la testa e ben ch'e' perda la vita e 'l cervello,
se manca un tratto, il gioco d'ognun resta. E dicon ch'egl'è questo e ch'egl'è quello, dandogli del superbo e del maligno o s'e' ci è soprannome altro più bello.
L'invidia con biechi occhi e muso arcigno sempre il forbotta, scuotola e spelazza co' suoi tormenti e velenoso ordigno. Non può parlar, non può risponder, pazza
cosa è pur questa ch'e' sare' tenuto or vantatore, or uom di mala razza. Vede infiniti error degl'altri e 'l muto convien ch'e' faccia, ché subito a' fianchi
la caccia arebbe del popol minuto. Né pensi per tacer costui che manchi chi lo scardassi, abbia ragione o torto, pe' canton, per le piazze e su pe' banchi;
e 'l suo riposo e 'l suo maggior conforto è di durare ognor maggior fatica e 'l ver l'aiuta poi, quand'egl'è morto. Dove quand'un si sta sempre il nutrica
letizia e puolla dir com'ei la 'ntende e parlar sempre o male o ben ch'e' dica. E quando di se stesso conto rende, può dir che s'e' faceva, arebbe fatto
maggior cose egli e 'ngegnose e stupende. Né si può dirli arrogante, né matto, com'a chi fa, poi che non s'è mai visto di lui nessun errore in prova e 'n atto;
onde vien di colui maggiore acquisto aver fatto, che tanto affaticossi, senza aver pur d'un biasimo il cuore tristo. Così galante e 'ntendent'uom far puossi
tenere, a starsi, e acquistarsi fama senza fatica. O folli uomini e grossi! Quanto si cerca oltr'a questo e si chiama che i tuoi studi, i tuoi stenti, i tuoi sudori
sien conosciuti! E quanto invan si brama! Conosciuti sì ben saran, ma fuori di quel che stimi e giudicati spesso pien di mille difetti e mille errori.
E tu forse aspettavi lode e appresso qualch'util, qualche grado e qualche chiara memoria! Oh, quanti amor ne 'nganna spesso! Sempre vivendo qualcosa s'impara,
ma conoscer se stesso avvien sì rado, che prima suol venir l'urna e la bara! Che vuoi tu che si lodi in te? che grado vuoi che ti sappia alcun delle tue opre
o de' tuoi amici o del tuo parentado? Non vede l'occhio tuo quel che si scuopre da tanti altr'occhi e parti averlo netto, là dove forse oscura nebbia il cuopre.
Lascia che 'l sol si levi e chiaro e schietto ti mostri il vero i tuoi lavori e poi t'accorgerai com'ogn'opra ha difetto. Conoscer forse, io non te 'l niego, puoi
alcun far peggio e forse anco t'inganni. Ma che più? statti, se biasmi non vuoi, ché per affaticarti i mesi e gl'anni fai sol cimento di saper far poco,
vivendo sempre in sospetto e 'n affanni. Qui si potrebbe rivoltare il gioco del nostro starsi intorno a' letterati, che voglion sempre il pié fra 'l troppo e 'l poco.
E quando e' si son bene affaticati, perduto 'l cibo e 'l sonno, al caldo e al gielo, più confusi che mai si son trovati. Voglion sapere i segreti del cielo
e non sanno quaggiù che cosa sia una formica, un grillo, un ragnatelo. Ma perch'io vi promessi in questa via non entrar de' filosofi, sol voglio
toccarvi alquanto della poesia, perché con essa anch'io tal volte soglio far lo scrittore e so ch'io farei il meglio a starmi e rispiarmar l'inchiostro e 'l foglio.
Se ben quel tempo che m'avanza sceglio, non avendo imparato ancora a starmi e sia di sperienza omai pur veglio, già non pens'io fra' suoi biasimi andarmi
avvolgendo, ch'io l'ho per sì gentile, ch'ell'ha potuto sempre comandarmi. Ben dico e, quant'io posso il dico umile, che 'mpacciarsi con essa è gran periglio,
chi non è d'un giudicio alto e sottile; ma chi non è più sicuro consiglio sarebbe a starsi, perché facilmente con lei s'impazza e fa dal senno esiglio,
né mai più si ritorna e non è gente che più s'uccelli e manco se n'avveggia, né se n'astien l'amico, né 'l parente. Sarà chiamato e pregato ch'e' leggia
alcun suoi versi e glieli loda ognuno e com'egl'è partito lo dileggia. Ecci un'altra disgrazia ch'a nessuno può mostrar opre un povero poeta,
senza aver nome di vano e 'nportuno. Questo gli tien con sua gran doglia cheta la bocca e pur convien ch'e' legga e ascolti le cose d'altri, in vista asciutta e lieta,
e se pur si risolve alfin (ch'avvolti purtroppo i suoi poemi lo tormenta tenere o chiusi e peggio che sepolti) a leggerli o mostrarli, ne diventa
spesso con faccia o sbiancata o vermiglia, ché vede quanto poco uom si contenta e dov'indur piacere o maraviglia credette, vede por vigne e canneti
e chi si gratta il capo e chi sbaviglia. Vede ben certi che si mostron lieti ma ch'e' lo fanno sol per avvertenza e pur par lor mill'anni ch'e' si cheti.
Né sia chi pensi ch'agli sciocchi e senza sugo componimenti solo avvenga questa cortese e leggiadra accoglienza, ma sia qual vuole e onde si vuol venga,
s'ei non invecchia e muor chi l'ha composto, rado avverrà che conto se ne tenga; potrassi bene all'acciughe più tosto intorno avvolte, al burro, alla tonnina
veder le carte o a pilottar l'arrosto. Ed io n'ho viste già d'arte e dottrina piene a vestir salsiccia e caviale, uscite poco fa dall'officina.
Altre a' cartocci di gesso o di sale, altre a far trombe, razzi o salterelli. Oh ciechi! il tanto affaticar che vale? Studiate dunque, o poeti novelli,
non abbiate mai ben notte né giorno, a ciò ch'ognun vi sbalzi e vi carelli. Se delle Muse è questo il frutto e 'ntorno se ne fan ghiotte le scienze e l'arti,
godansel pur, ch'io con lo starsi torno, purch'io possa, alle spese e s' tu mi parti da lui, pittura o poesia, già mai ben potrai di poter seco vantarti.
Che dirai tu, quando tu mi vedrai ed ella, che dirà, starmi in riposo, parendomi aver fatto pur assai? Non già ch'al pigro, al vile o al nighittoso
voglia accostarmi o diventare amico, anzi guardargli ognor torto e ritroso, che questo starsi, ch'io vi lodo e dico e vi ridico, non vuol perdigiorni
sgratiati o goffi o di cervel mendico. Ma perch'io vo' lasciarvi, in sin ch'io torni statevi di così, ché forse il tutto vi potrei dichiarar fra pochi giorni:
intanto vi conforto a starvi tutto quest'avanzo del tempo che vi resta, poi che del far si cava sì bel frutto. E poi che la natura ce lo presta,
chi non se n'è avveduto se n'avvegga e faccia conto aver avuto festa. Una vitetta quieta s'elegga, cercando a chi ci fece, esser accetto:
questo si cerchi sol, questo si chiegga. Potrevi dir che lo stato perfetto sta nel riposo e più cose mostrarvi, ma basterà quel tanto che s'è detto
a far, mi penso, che vogliate starvi.
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