Così nel sonno naturale e vero, dal sogno del sognato sonno sciolto esser mi parve, che fu tanto fiero, e stando in sogno in quell'erba raccolto
e di quel sonno, sognando esser desto e liberato, il ciel ringraziai molto. Ma del falso dormir venuto al resto, quando l'uccellatore spaniar vuole,
che gli bisogna andare a vender presto ed in quell'ora che doler si suole il timido fanciul ch'ire a bottega credeva all'alba e nascer vede il sole
e che tornata la malvagia strega, avea riposti gl'unti e gl'alberelli, co' quai le notti in mille vizii impiega, e che si riconoscan poverelli
quei ch'eran prima, trapassato il sonno, ch'a ricchi eguali ed a' felici felli, quand'io da pensier gravi che non puonno per l'aspra vision disgombrar l'alma
di fuor mi sveglio e di dentro m'assonno, e mi svegliai perché la pura ed alma mia guida mi chiamava e “Surgi omai, disse, e ti sgrava di sì grave salma”.
Al suo chiamar su tosto mi levai ed ella: “Andianne, che lungo è il viaggio e 'l sole è alto, s' tu 'l vedessi, assai, ma l'ombra del gran mostro il suo bel raggio
e la nebbia ti cela; or passa avanti, ch'io ben farò che non riceva oltraggio”. Ardito e temerario allora innanti mi missi a camminar per quella folta
nebbia, quasi obliando i passi santi. E senza mai posar, né pur dar volta m'andava e ben fallir potea la strada, se non che la mia donna disse: “Ascolta,
che leggiermente, ove perquota e cada, senza risurger, mai correr potresti ed è tempo oramai ch'innanzi io vada. Ecco colui che da lontan vedesti
dianzi e non ti ci arebbe alcun condotto presso, se gl'atti suoi scorgevi e i gesti. Ma, perché mal si può saggio né dotto esser senza fatica e spesa e danno
provare in prima alla fortuna sotto e patir pena e ingiuria a forza e inganno, convien ch'accorto e liberato impari che cosa è il mondo e ciò che gl'uomin fanno”.
Come chi vede che già si prepari contr'a sé il suo nimico in campo franco e debil si conosce e non suo pari, che, se ben la ragion si vede al fianco,
teme dell'altrui forza e 'n parte spera, ma il temer più lo fa pallido e bianco, così, mirando quell'orribil fiera, che la nebbia copria dal mezzo in suso,
sì che veder non la potevo intera, stav'io, che mai non era a veder uso sì gran figure, ancor ch'io fusse a llato alla mia guida, pallido e confuso.
E mi sarei fuggito o disperato, se l'onor non m'avesse ritenuto e qualche po' di speme rincorato. Ma in verità, com'io ebbi veduto
che e' teneva i pié fermi e a ssedere stava e non era contr'a me venuto, incominciai molto meno a temere e, nel veder sì stupendo colosso,
quasi a pigliar di sua vista piacere. Era lo stinco d'ogni gamba grosso, dico nel più sottil presso al tallone, di miglio un quarto — a quel ch'io creder posso —.
Pensate poi la gamba a proporzione quanto sia alta e ch'un de' pié Fiorenza passa, dov'ella più lunga si pone. Venga or chi con buon sesto e diligenza
misuri il tutto, ch'io da sette miglia lo giudicai, per qualche esperienza. Ben mi fu detto — il che par maraviglia — ch'ei cresce tanto quand'ei vuol, ch'il vecchio
che castrò il padre per le chiome piglia. Tenea le piante in terra fitte e specchio si facea intorno d'un fetido piano, qual è presso a Viterbo o a Fucecchio.
E come spesso boccheggiar veggiamo i pesci, quand'egl'hanno preso l'esca, venuti a galla e pigliarsi con mano, così costui che con le dita pesca
de' piedi, a sé raguna oro ed argento, ch'a llui galleggia e par che del loto esca. “Non aver, disse mia guida, ardimento di porre il pié per accostarti a llui
in questo fango, ov'il buon seme è spento, però che, come fanno i lordi sui, chi ci s'inbratta par che goda e schiva per sé d'uscirne o che ne 'l tragga altrui.
Ma per questo ciglion ch'all'ugna arriva del dito grosso del pié manco andreno, dove la broda di salire è priva”. Così n'andava e 'ntanto io vidi pieno
il brutto limo di genti, ch'in quello erano immerse, chi più e chi meno. De' quai, se ben conobbi, non gl'appello molti, ch'io ve 'l promessi e non intendo
cercare i fatti di questo e di quello. Venimo adunque a quel piede stupendo e l'argin ci fe' scala all'un de' lati della grand'ugna, ov'io stupido attendo.
E credo che la piazza e tutti i frati di Santa Croce, il convento e la chiesa vi caprirrieno e starebbonvi agiati. Era da llato, ove l'ugna discesa
s'incarnava nel dito e 'ntorno intorno quasi una ripa forata e scoscesa e qual io vidi già presso a Livorno certe cave di tartaro, che l'onde
del mar vi ferno e, partite, lasciorno. Ma più alte, più larghe e più profonde mi parver queste e, fuor che certi scanni, stamberghe vote e d'ogni ben rimonde.
E 'n queste al volto, alle parole e a' panni mi parver molti e agl'atti, simili a quei ch'io vidi ne' secondi danni. Ma molti, in verità, grati e gentili
vi riconobbi e cari amici miei, nimici de' meccanici e de' vili. E, quale al giubbileo fanno i romei, vidi andar su per l'ugna, innanzi e 'ndietro,
gente, ch'a numerar troppo starei, credo salita da quel fondo tetro, su le dita del pié, fra rughe e calli, o per la strada a noi dinanzi o dietro.
Di struzzoli e grifon, d'aquile e galli vidi aver molti il capo e di falconi, di corbi e nibbii e smerli e pappagalli. Altri avien musi d'orsi, altri lioni
parien in vista e molti asini e buoi; chi volpi o lupi e molto più castroni. Eran fra questi, o Libia, tutti i tuoi serpenti e tigri e vipere e ramarri
e fiere, ch'io non vidi o prima o poi. Ma che bisogna che 'l tutto vi narri? Immaginate voi veder le teste de' più fieri animali e più bizzarri
e veder poi molte persone oneste, con volti umani e vista mansueta, da quei punte, squarciate, urtate e peste. Stava a mirar la mia guida discreta
e sarebb'ita a dare a' buon soccorso, se non che la stringea sol di me pieta, che, temendo di can rabbioso o d'orso, che veggiendomi sol si difilassi
a divorarmi o sol lasciarmi il torso, non voleva lasciarmi. “Oh, s'io entrassi, le dissi, in un di questi magazzini e 'n un di quegli armarii mi serrassi,
tu potresti soccorrere a' meschini”. Ed ella: “Tu di' bene” e 'n un mi messe tra certi scartabelli e polizini. Così lasciommi e par ch'ella corresse
a soccorrer quegl'altri ed io restai; credo per farmi dotto, ma' spendesse. Di mia pietà pentito, l'aspettai, pien di lamenti, in sino a mezzanotte,
né per la sera altrimenti cenai, che gli scrittor del traffico, condotte le lor faccende, se n'erano andati a casa a dare a' corpi le lor dotte.
Quivi, dolente, rivoltando i lati, or d'un fianco, or d'un altro, alfine stanco, sopra que' fogli pesti e mal guidati, m'addormentai, s'io non mi venni manco.
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