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1503–1572

Capitolo sesto

Agnolo Bronzino

Ecco di nuovo a ridormir dormendo ed a parermi risognar sognando e quel ch'io vidi a raccontar temendo del perché e del come e dove e quando;

pur or v'ho detto ch'io m'addormentai, nella mia scorta al tutto riposando. Non credo che due ore intere mai dormito avessi, che 'n nuova pazzia

e in nuove chimere rientrai. A me parea discorrer: “Questa via che mi resta a fornir, tant'erta e lunga, come potrassi e possibil mi fia?

Ben so che prima ch'al bellìco aggiunga, che potrei forse attaccandomi al folto pel che col pettignon par che congiunga, perch'io non son di braccia forte molto

ed ho pur della carne e non son uso, mi fia la forza e lo spirito tolto. Ma se vietato m'è l'andar più suso, ché non v'è d'attaccarsi cosa alcuna,

fin alle poppe che pendano in giuso, non sarò io un giuoco di fortuna, non potendo fornir l'impresa assunta, qual uom che fummo o nugoli raguna?

Ma quand'io salga in su l'ultima punta di quest'Arcigrandon, ch'arò io fatto? Che pro? che premio o saper mi s'aggiunta?” Questo pensando, giudicava matto

me, sopra tutti gl'altri, ché tal opra mi conoscea dannosa e 'n ciò mal atto. Ma, com'occasion mi si discuopra, i' vo' tornarmi a casa e mi credea

poterlo far senza alle stelle ir sopra. Mentre così discorro, mi parea veder verso di me venir gran gente, ch'era discesa ond'io salir dovea,

tutta festosa e sì lieta e ridente, che pareva il contento naturale, con veste e gioie, ornati riccamente. Io che non avea ancora altro che male

veduto, dissi: “Che novella è questa? Certo o ch'io sogno o ch'io non sono il tale”. E certi di costor, danzando in festa, giunti a me, fanno un mezzo cerchio intorno,

quasi a 'nvitar qualche fanciulla onesta, e tutti ad una voce domandorno: “Perché non sali onde noi siamo scesi, pria che si chiugga in occidente il giorno?”

Risposi lor: “Con gran fatica ascesi siamo una donna ed io, che non so il nome; or di non ir più su partito presi; e poi, quand'io volessi salir, come

potrei, non sendo di Dedalo il figlio e sì le forze avendo stanche e dome?” “Oltr'ogni mio poter mi maraviglio” disse un di loro e 'n viso dimostrossi,

per vergogna di me, tutto vermiglio, “perché di questo e di maggior colossi t'arei dato la cura di salire, di tale ingegno credea che tu fossi.

Ma perché forse, fra gli sdegni e l'ire, il tuo senno smarrito si ritruova, onde la sua virtù non può seguire, vo' che con questo, da qui innanzi, muova

il passo, che veloce scende e sale, del vento al pari e del folgore a prova. Questo ti porterà con le sue ale”. E fe' venir un uom leggiero e snello,

ch'io so ch'a ritener forza non vale; ben lo conobbi subito, e che quello penetra il cielo e penetra la terra ed entra in una lente e 'nn un capello.

Però mi taccio e che colui non erra conosco, che mi parla, e di me cura cotal si prende e mi conforta a guerra; né men conobbi lui, ch'or m'assicura,

né gli rimproverai ch'a spaventarmi venne, poco era, e mettermi in paura. “Orsù, poiché costui debbe guidarmi, eccomi pronto, ma con questa scorta,

dissi, ché mai da llei non vo' scostarmi. Ma questa gente ch'è teco e che porta tanta gioia, chi è?” “Questi hanno vinto, disse, e saper chi sieno or non t'importa.

Forse un giorno il saprai, fors'ancor cinto sarai de' lor contenti; attendi pure da questa impresa non essere spinto”. Tanto mi fer le parole sicure

di costui del salir crescer la voglia, che da me sciolser tutte l'altre cure e dissi: “Or via, pur che di qui mi scioglia eccomi al camminar le voglie pronte”

e mossi il pié, leggier com'una foglia. Svegliato in questo e rinato dal monte vidi il sol nuovo ed essermi d'intorno, poi ch'io fui desto, le genti racconte;

l'essere il sogno in tutto vero e 'l giorno nuovo tornato, a ddoppio mi fa pronto e tutto il preso ardir, doppio ritorno. Or tu che leggi non mi far più il conto

addosso, da qui innanzi, quand'io voli, non che quand'io discendo o quand'io monto; ma poi che le zanzare e' punteruoli comporti, passeggiando ir per le volte,

molto più vo' di me che ti consoli con tale aiuto; or, perché dirti molte cose conviemmi, lasciate da banda tutte le scuse, prego che m'ascolte.

Già eravan girando u' la ghirlanda hanno i Davitti e gl'Ercoli, alle parti ch'onestà ricoprir chiede e comanda. Di quel ch'io vidi qui non vo' parlarti

ch'ogni po' d'aloe potrebbe amaro, gran quantità di dolce cibo, farti. Basta, che gl'occhi nostri penetraro per quella selva e molti casi degni

di non esser taciuti vi trovaro. La selva dico, perché grossi legni pareano e lunghi quei che noi veggiamo essere i peli in noi dell'aria indegni.

Partiti quindi, in su veloci andiamo, fin alla parte donde il cibo primo ha preso ciascun uomo, in fuor ch'Adamo. Alzando gl'occhi or da sommo, or da imo

ed ora intorno, la maggior caverna ch'io mai vedessi, questo luogo stimo. In mezzo all'antro par che si discerna un uom di marmo, ch'aveva dal piede

lunga al ginocchio tre braccia ogni pierna e nella basa avea scritto da piede “anus”, mi parve, “inperador romano”, che 'l principio del nome non si vede.

Avea lo scettro nella destra mano, nell'altra un libro aperto consumato, come de' libri antichi esser veggiàno; ed era tanto in margine chiosato

di tante mani e di tante postille, che lor, né 'l testo, non s'intendien fiato. Da lui levato gl'occhi, più di mille catedre veggo in questa cava intorno,

come il favore o 'l merito sortille, e dentro aver ciascuna un savio, adorno di toga, di berretta e di scarsella, come si vede spesso andarne attorno,

con diversi atti e diversa favella e per lo più contrari e discordanti ir dichiarando or questa cosa, or quella. Stavon questi a udir, quasi studianti,

molti e 'mparavon formule e quistioni e pochi andavon più là, ch'e' pedanti. Partiti poi di quivi, i begli e' buoni eran tenuti e maestri perfetti,

degni d'andare in sella e con gli sproni. Eran costor tutti calcati e stretti, chi più, chi men, da molti ch'eran fatti vaghi de' loro aiuti e de' lor detti.

Questi pel poggio della pancia tratti erano or per le mani ed or pel naso o salivan lor dietro come gatti. Ma per non mi scordar d'un altro caso,

ch'io vidi in su lo sdrucciol del bellico, e ch'e' non paia ch'io proceda a caso, dico che e' v'era un arbor, mezzo fico e mezzo sorbo, annestato per modo

ch'e' non vi si vedea distinto intrico. Ma quel ch'era più bel che, da quel sodo legno del sorbo, eran de' fichi in chiocca e 'l fico sorbe avea più senza modo.

All'albor dietro e che sempre lo tocca stava un ch'era diviso in due colori, di brace spenta e di neve che fiocca. Intorno a questi stavano i migliori

di que' più savii e mostravano spesso la parte dentro per quella di fuori e giudicando l'arbor per processo mostravano esser sorbe i fichi e fichi

le sorbe e gli scambiavano anco spesso. D'intorno a questi eran molti mendichi, che tempo perso avieno, oro e terreno, fra le lor controversie e' loro intrichi.

Ma quel ch'io meno intendo — ed è non meno d'intender d'uopo — è che dimolti vidi cavarsi con sue mani il cuor di seno e darlo a certi, che stimavon fidi

amici, che gittandoli avean posa or nella selva, or ne' fetenti lidi. Questa mi parve sì maravigliosa stratagema, s'ell'è femmina, ch'io

non ho voluto tenervela ascosa. Or, per tornar, seguitando, dov'io vi lasciai dianzi, dico, che con l'una e l'altra guida saliv'ancor io.

Saliti alfine in una selva bruna, ch'è fra la manca e la mamella destra, veggio che molta gente ivi s'aduna e una cava in una macchia alpestra,

grande e di ferro a più chiavi serrata, vidi e me la mostrò la mia maestra. Ed un, con una vista stralunata, gridava: “O per contradio o per diritto

convien che paghi chi vuol far passata”. A questa voce il popol tutto a ggitto mi si parea cacciar le mani a' fianchi e pagar là senza pur fare un zitto.

E io fra gl'altri, acciò che non si manchi per nulla ch'io non passi, feci il largo e vi lasciai certe lire di Bianchi. In questo, o lettor mio, nuovo letargo,

non mi pareva aver la tasca vota, come in quel luogo che m'avvenne, spargo. Allor ci fe' passar sopra una ruota, — cioè quei che pagorno — e mente posi

che sempre si riempie e sempre è vota. Noi passamo oltre con quei frettolosi, che parea lor mill'anni esser ridotti agl'ultimi atti, ancor che perigliosi.

Come noi fummo in sul petto condotti, sì largo ed alto e la gola e la faccia scorgo, come far posso ch'io non dotti? Mirar le larghe spalle e le gran braccia

e le possenti man, ch'alzate al cielo, faceano al sole inpallidir la faccia. A me corse per l'ossa un mortal gielo, quand'io gli vidi nella man più forte

un coltel grande, che radeva il pelo; non avea punta, ma taglia di sorte da una banda e dall'altra ammaccava, ch'ir mi pareva a manifesta morte.

Nella sinistra più cose portava, come per varii assalti le serbasse, per offender colui ch'ei nimicava. Ed eran tante che chi le contasse

andrebbe a rischio poi ch'alla brigata il troppo e freddo cibo non tediasse; però ve 'l serbo a quest'altra infornata.

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