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1503–1572

Capitolo secondo

Agnolo Bronzino

Con miglior voce a ricantar tornati siamo e più alto suono; oh, state attenti, come voi siete di star sempre usati! In sin a qui la cipolla co' denti

s'è travagliata ed essi mostro quanto la piaccia al gusto e agl'altri sentimenti. E se ben si poteva maggior vanto darle ne' cibi e ch'e' se ne sia detto

men che non si dovea più d'altrettanto, tutto s'è fatto, perch'aver rispetto si debbe e non tener tutta mattina chi ascolta a disagio a bel diletto.

Mostrammo poi come la medicina se ne serviva, im modo che, senz'ella, n'arìa patito a par della cucina. Or vien materia e più nuova e più bella

da pascervi la mente e d'aguzzarvi più l'appetito, che non fece quella. La prima cosa ch'io 'ntendo mostrarvi è molto grande, ma poi che promessa

ve l'ho, non voglio e non debbo mancarvi. Dico dunque che 'n Cipri si confessa, dov'è la stanza in Terra di Cupido, ch'amore è proprio una cipolla stessa.

Voi m'uccellate? Orsù, ch'io me ne rido, ma state almanco a udir le ragioni, sopra le quai mi fondo e mi confido. Conosconsi agl'effetti le cagioni,

come si fa esempligrazia un gallo, per avere i granelli e i bargiglioni, che per avere i granelli un cavallo non ha bargigli e però non è desso,

né manco gl'è possibil somigliallo. Ma s'egl'avesse questi e seco appresso ciò ch'ànno i galli in sino al razzolare, si potrebbe chiamare un gallo espresso.

Dunque s'io posso con ragion mostrare che la cipolla in ogni cosellina somiglia amor, chi lo potrà negare? Or con tali argomenti si cammina

diricto al vero e con questi s'acchiappa, se non ch'ogni scienza andre' in rovina. Amore è ignudo e questa è senza cappa, se voi levate quel po' della buccia,

ch'in cambio d'alie si spennacchia e frappa. Amore è dolce e chi cotte ne succia, son com'un mele e crude alla fortezza somiglian proprio amor, quando si cruccia.

Amor è vago d'ogni gentilezza, questa si tocca con due dita appunto; amor si muta e lei trasporsi è avvezza. Amor passa per gl'occhi e questa appunto

passa per gl'occhi e passa anche pel naso e 'n questa parte vince amor d'un punto. Amor di pianto è sempre fonte e vaso, questa fa piagner più che la mostarda

e non gli cede punto in questo caso. Amor riscalda e questa par che ci arda: amor saetta e questa ancor s'avventa, né stato o condizion d'alcun riguarda.

Amor fa che l'amato si diventa e chi mangia di queste si trasforma in esse, sì che par ch'ognun lo senta. Amore unisce l'un con l'altro e 'nforma,

questa per modo gli spicchi congiunge, che l'uno a l'altro son materia e forma. Amor per molti gradi alfine aggiunge a quella cosa che più si desia,

chi ha provato com'egl'unge e punge; così ad un ad un si passon pria gli spicchi, tanto ch'al tallo s'avviene, che fa poi 'l seme, che dell'altre cria.

Amor è dolce e amaro e queste piene son di dolce e di forte e con loro hanno le reste, com'amore ha le catene. Amor talvolta cresce per l'affanno

contr'a tua voglia e queste anco a lor posta mettono il tallo e 'nn ogni lato fanno. Ogni spicchio ha un vel che se gl'accosta da ogni lato, sottile e biancoso,

com'un lenzuol di rensa fatto apposta, che significa il letto del riposo, dov'amor suol talvolta confortarsi, e l'uno e l'altro è segreto e nascoso.

Amore è cieco ed a questa trovarsi non si può mai ch'ella vedesse lume e non le manca benda da fasciarsi. Amor s'appiglia ov'è gentil costume,

questa a far prova vuol gentil terreno, quello ozio e roba e questa agio e grassume. Quello ha il turcasso di saette pieno e questa ha cento talli e ha il turcasso,

s'al cannon che fa il seme guardereno. Quell'arco, penso, ch'ella il tenga basso, sotto le barbe e convien ch'ella l'abbia, poi ch'ella avventa i talli per ispasso.

Amore ha ira e sdegno e questa rabbia e stizza più di lui, quand'ella incapa d'avvelenare altrui gl'occhi e le labbia. Poi volgi carta, ell'è com'una sapa;

così fa amor, che non è poi quel desso, ch'oggi ti fa furfante e doman papa? Che dite voi? Voi non ridete adesso! Or se le mie ragion vi sono entrate,

chinate il capo e dite: “Io lo confesso”. Ma dir vogli'altro ancor, ch'io ho lasciate mill'altre cose da toccar con mano, che farebbon peduccio a le prefate.

E perch'io so che vi dovette strano parer, quand'io vi dissi ch'elle furo innanzi al cielo, or ve lo farò piano. Voi dovete saper che ben sicuro

non potrebb'ire un buono architettore, anzi darebbe del capo nel muro, s'avendo a far Santa Maria del Fiore, il Coliseo o de' Pitti il palagio

o s'e' c'è cosa più bella o maggiore, e' non facessi in prima a suo bell'agio un modello, uno schizzo o un disegno, per non parere un Brogiotto o un Biagio

e s'in quello ogni studio e ogni ingegno non ponesse di grazia e di misura, acciò che l'edifizio fusse degno. Così creder si può che la natura,

avendo a far quest'universo mondo, ch'il ciel per tutti i lati abbraccia e tura, ne facess'un come l'opera tondo; il qual modello è proprio la cipolla,

maniato e schietto da la cima al fondo. E chi cred'altro convien che s'avvolla, dice il Sanese, ma chi sare' quello che non lo confessasse senza colla?

Or se prima si fa dunque il modello — che si fa certo — ch'e' si faccia l'opra anzi, e poi l'opra ritratta da quello, è forza dir, com'io dissi di sopra,

che la cipolla fussi innanzi al cielo e ch'ella sia il modello or si discuopra. Voi torrete un coltel che rada il pelo e tagliereten una per traverso,

sì ch'a due ruote il tallo sia lo stelo. Quivi si scorge tutto l'universo degl'elementi e di tutte le sfere l'ordine tutto e non v'è nulla perso.

Quivi la terra si potre' vedere e l'aria e 'l fuoco e l'acqua, chi guardasse e di tal vista pigliasse piacere. Sonvi i due poli e girasi in su l'asse,

pur che l'uom voglia e sonvi i punti e i gradi, e' cerchi obliqui e retti, chi cercasse gl'orizzonti e i zenitti, e stretti e radi i climati; le zone e i paralleli,

tutti potrà trovarvi un che vi badi. Sonvi quei cerchi regolati e belli e comprendon l'un l'altro e son compresi fin che vien un ch'abbraccia questi e quelli.

Perché credete voi ch'ancora intesi non si sien bene i numeri de' cieli, per tanti dotti e di tanti paesi? Ciò vien che la cipolla par che celi

tal numero ella e par ch'ella non lasce che questa verità ci si riveli, perch'or con molte e or con poche fasce o spicchi si riempie e si ricuopre

e 'n questo modo di dubbio ci pasce. S'i' volessi mostrar gl'effetti e l'opre della cipolla e i sapori e i colori e le miniere ch'ella cela e scuopre,

gl'archibalen, le rugiade e' liquori, la manna, il mele e le nebbie e le piove, l'esalazioni, le caverne e i vapori, d'onde par che natura — e non d'altrove —

abbia cavato tutte queste cose, bisognieria che l'un facesse nove. Basta, che chi la cipolla compose bisognò ch'egl'avesse l'icche e l'ocche,

poi ch'il cielo e la terra vi nascose. Più vi direi, ma certe genti sciocche piglierebbon le cose in mala parte, però vi bastin queste, ch'io v'ho tocche.

E poi non basterian tutte le carte di Fabbrian, le penne d'Ognissanti e l'inchiostro de' Giunti a dirne parte. Arei da aprirvi sei passi galanti,

se non ch'i' ho paura di tediarvi, con questi versi mal composti e tanti. Pur senza questo non vorrei lasciarvi, che gran parte di musica è trovata

da le cipolle e ciò fia ben provarvi. La prima piva che fu mai sonata, il zufol primo e la tromba primaia dalla cipolla fu tolta e cavata.

Quando il suo seme è secco in sur un'aia aver veduto certi cannelloni di talli secchi credo ch'e' vi paia. Cominciaron così certi garzoni,

in quel principio, a soffiar per ispasso in quei bocciuoli e trovarongli buoni a sonare e che i grossi facean basso e alto i più sottil, di mano in mano,

come dire il sovrano e 'l contrabasso. Venne poi il tempo che fu innanzi Giano e forse innanzi a quel Tubalcaino, quando le genti avien più dell'umano.

E cominciorno qualche bucolino a farvi dentro e distinguer la voce e accordarsi e parve lor divino, tanto che poi di bossolo e di noce

vennono a farli e a votarli drento, venutosi all'età del ferro atroce. Così tutta la musica ch'il vento suona, come dir organi e traverse,

pifferi e storte o simile strumento da la cipolla venne ed ella aperse la strada a l'invenzion; poi l'arte e 'l modo furon trovati da genti diverse.

Piacemi che veggiate ch'io non lodo una cornacchia e ch'io vi messi innanzi cosa ch'aveva da lodarsi il modo. Che la metà delle cose m'avanzi

vo' che voi siate certi e ch'io potrei dirvi oltra a quelle ch'io v'ho dette innanzi. Quest'è un frutto più che delle sei; a questo sì che se gli può dir “Voi?”;

queste son delle cose ch'i' vorrei. Messer, amico mio, beato a voi, che delle buone cose v'intendete e però siete degl'amici suoi!

Quante volte son io fra genti liete statovi a casa a consumarvi il vostro, di che come gentil lieto godete, ove per contentar l'animo vostro

e levar il fastidio de l'untume, vi siete il cuoco e lo scalco dimostro! E con sì saporoso e dolce agrume avete fatto la metà mangiarne

più de l'usato natural costume! E mi ricordo aver mangiato starne in casa vostra, che pareano appunto cipolle e non sapevan più di carne.

Di certa schiena di vitella appunto trita che vostra Signoria ci dette, mi starà in mente in sino al sezzo punto, che v'eran dentro certe cipollette

trite e certi zimini alla franzese e così messe fra certe polpette. Ma voi fuste allevato in un paese, ch'e' non è maraviglia, dove in festa

sempre si vive e fassi buone spese. E' non sare' miracolo se questa cosa ch'io canto avesse là insegnato il modo da tener la lancia in resta

e che gl'erranti cavalier cavato n'avessero il giostrar, com'elle fanno spesse volte da Settimo a' mercato. In quanto a forza si sa ch'elle n'hanno

e, come tu le stuzzichi, la stizza lor monta e sempre alla visiera danno. Velen per gl'occhi e per le labbra schizza una cipolla, quand'è stretta o infranta

e ha del bravo quando il tallo rizza. Gode di stare in campo e 'nsomma quanta ha di bravura l'arte della guerra la cipolla insegnato aver si vanta.

Ma quello star così fra cielo e terra contemplativa ai soli, ai venti, all'acque vuol ei dir nulla? A me, ch'il tacesse erra. Benedetta la voglia che mi nacque

di ragionar della vostra eccellenza, magne cipolle, e ciò ch'in voi mi piacque. Questo dimostra come la scienza ne cavò lo studiar, com'io son presto

quest'altra volta dichiararvi, senza molt'altre cose, ch'io serbo per resto.

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