Non prima fui disteso per dormire, che nel sogno sognato feci un sogno, ch'almeno in qualche parte vi vo' dire, perché di molte cose mi vergogno
in servigio d'altrui, ch'io vidi e forse non fanno a tal materia di bisogno. Nell'ora che dal bue le rape morse erano e ragumate, e i sagginati,
ch'a llui il bifolco al giorno spento porse, mentre io sognava di sognare, in mali nuovi rientro e parvemi una turba d'uomin fra lor molto irati e bestiali,
né parea' di nazion plebea o furba, ma togati e 'n berretta alla civile, com'uom ch'agl'onor publici s'inurba; con vista irata ed al fuoco simile
gl'occhi di fiamma e le nare gonfiate e i denti con le labbra, esca e fucile; né pur vituperose e scostumate parole si dicien, ma traean sassi,
pugnal, coltelli e forbici appuntate. E, come da' men saggi spesso fassi, era corso a vederli molta gente, fra la quale anch'io, stolto, mossi i passi.
Ficcami innanzi e, quand'io posi mente, m'accorsi che fra lor, per trarsi, mai non si ferieno o percotien niente, ma che i lor colpi toccavano assai
di color che gli stavano a vedere e stranamente mi maravigliai, ch'io vedea gl'occhi in un luogo tenere e' colpi andar 'n un altro e la brigata,
che gli toccava, non se n'avvedere. Mentre ch'io sto come chi altri guata e sé non vede, nella gamba manca toccai d'un sasso una buona stincata
e fu di sorte che col piede l'anca mi fei toccar, premendo con la mano il colpo, e zoppo cercar d'una panca. Quivi con occhi chiusi e muso strano
e con quell'uu, che suole uscir del naso, succiai più uova ch'un abate sano. Mentre ch'io sento il duolo e penso al caso, un mi toccò chiamandomi per nome
ed ebbemi a risponder persuaso. Com'io risposi ed ei mi disse: “Or come tu sei così, per poco, abbandonato ed hai le forze fracassate e dome?”
“Gran mercé, rispos'io, se voi toccato aveste una sassata, com'ho io, non ne fareste così buon mercato”. “Sta ben”, diss'egli, e sogghignando un mio
amico, come lui, chiamò per cenni e disse: “Or non sapete il caso rio?” “Ben lo so, disse, e pria non ci venni per non vi dar fastidio, avendo meco
da sanarlo e non so com'io mi tenni”. Com'io sentii tal parole m'arreco in sur un braccio e che sanar mi voglia prego, per sempre averne obligo seco.
Pietoso mi stracciò la calza e “Doglia questa non è da pigliarsela a gioco, disse, un osso ci è infranto e l'altro sfoglia. Pensava, aggiunse, ma, deh, guarda un poco
se tu n'avessi tu danari a llato, ch'io lasciai la coreggia a llato al fuoco”. “Guarda, diss'io, quanto avete pensato! Mettete qua la mano e nella tasca
guardate, ch'io ci ho aver più d'un ducato”. Tutti gli tolse e “Perch'e' non ci nasca, disse, a stare a contarli nuovo male, i' andrò a comperar quel che m'accasca.
Tu potrai poi, volendo, allo speziale vedere il libro” “Oh, s'io non mi fidassi di voi, potrei ben dirmi un animale”, risposi; ond'ei volando mosse i passi
e tutti gl'altri che m'eran d'intorno parvero ir seco e che ciascun mi lassi. Indarno l'aspettai tutto quel giorno fin che i garzon della stanza ov'io era,
volendola serrar, via mi cacciorno. Stavo in su l'uscio attento, perché m'era aviso che colui tornar dovesse, come fa quel che per bisogno spera.
Eran tre ore già passate e spesse le nubi e scure e pioveva sì forte, che pareva che 'n acqua il ciel cadesse e 'l dolor della gamba era sì forte,
che quello, il buio e l'acqua, s'il cammino prendea, mi promettean certa la morte. E quel sì grazioso cittadino m'avea la tasca sì ben ripulita,
ch'io non potea comprare un pentolino. Stando dubioso, or di morte, or di vita, vidi verso di me venire un lume per un chiassuol, che non ha riuscita.
Correa la strada che pareva un fiume, ma era cupa e 'l rigagnolo stretto, com'io vedevo a quel po' del barlume, ch'io, giudicando ciò ch'avvenne, aspetto
fin che quel che 'l portava e dal mio lato venir gli convenia, lo saltò netto. E fu quel suo saltar cotanto a llato a me, ch'e' si riscosse per paura,
se non che tosto l'ebbi assicurato. E dissi “Ancor che 'n zucca e a sì scura aria e sì tardi qui m'abbiate colto non ci ha men colpa ch'io, la mia sventura.
Io non vi dissi come mi fu tolto anco il cappel, colà dov'io toccai quella sassata e fui 'n iscambio colto”. Basta, che questa ed ogn'altra contai
mia sciagura, dall'ora che 'ncontrommi mirar que' furiosi e seguitai: “Qui aspettavo e trattenendo vommi, fin che torni un che mi promesse aiuto,
mio grande amico, e che mancar non puommi. Ma perché il tempo l'arà ritenuto o forse è ito a casa mia, pensando colà trovarmi, qui non è venuto”.
E, detto il nome, de' danari e quando si partì dissi e del mio caso strano molto pietoso e quasi lagrimando. Ridendo allor colui “Dammi la mano,
mi disse, sempliciotto se tu credi che colui torni, io vo' che ce n'andiano”. “Non so s'io mi potrò reggere in piedi” diss'io ed egli: “Io ho visto inn un canto
qua una canna; aspetta intanto e siedi”. Risaltò l'acqua e none stette quanto dura un credo a tornar, ch'ell'era appunto dove i pegni si vendano all'incanto.
Presi la canna in man, com'ei fu giunto, ed ei mi resse dall'offesa banda, che quasi in pié non mi reggeva punto. Così n'andiamo e 'ntanto ei mi domanda
de' nomi di color ch'io vidi insieme far zuffa e dirsi ingiuria sì nefanda. Quant'io sapea ne dissi, ond'egli estreme risa faceva e tal ch'io dissi: “Amico
di non cader con voi per me si teme”. “O pover'uom, diss'ei, dal tempo antico io e cotesti, che tu m'hai contati, ceniamo insieme 'sta sera in Panico.
E certi soldi che si son cavati come furno i tuoi pagon lo scotto, per industria e per arte ragunati”. “Allor, diss'io, non so se ladro o ghiotto
io me lo chiamo o di tali agghiettivi ne bisogna oltr'a questi sette o otto”. Ond'egli a me: “Per avari e cattivi ci avete tutti e certo avete il torto,
ma siamo accorti e non di senno privi, ch'a voler trarre i frutti del nostr'orto bisognan tali industrie e le fatiche nostre meritan pur premio e conforto”.
Ond'io: “Di quel che pense il volgo o diche non è da tener conto, pur ch'uomo faccia che la sua conscienza non s'intriche. Ma il torcifeccio mi cuopre la faccia,
ch'in cambio di cappel mi feste porre sul capo dianzi e la gamba m'inpaccia”. Ond'ei rispose: “Tu ti potrai porre qui, volto il canto, in su quel muricciuolo
per quella via dov'il Palio si corre, ma e' mi convien tornare a casa a volo”. E non diss'altro e via con la lanterna corse e quivi lasciommi al buio e solo.
Com'io rimasi io credo che 'l discerna ogni cristiano e 'n pace sopportando s'io guadagnavo spesso vit'etterna, io stetti un pezzo di sognar bramando
quel ch'io sognavo a ddoppio o pur mi mossi, alle botteghe andandomi appoggiando. Scura era l'aria e' rigagnoli grossi e la pioggia importuna rinforzava
e i tetti d'asse eran dal vento scossi. E 'ntanto io sento un che dietro m'andava, percotendo una mazza con un ferro su per le lastre e quasi che m'urtava,
ma tosto saldo e “Fratel, s'io non erro, dissi, tu sei un cieco e s' tu mi vuoi fare un piacer per sempre in cuor me 'l serro”. “Cieco son, disse, e che volete voi?”
“Che tu mi meni presso a S. Giovanni, risposi presto, e so che far lo puoi”. “State voi, disse, in quell'androne?” “Oh, Gianni, diss'io, che lo conobbi, o tu m'hai detta
all'uscio l'orazion quattordici anni. Io ti vo' comperare una berretta nuova e donarti un giulio, s' tu mi meni dov'io t'ho detto; ma non aver fretta,
perch'io son zoppo, ma se tu mi tieni da una banda e quest'altra s'appoggia come fa, i miei desir saranno pieni”. “Tanto si faccia” disse. Or chi in tal foggia
n'avesse visti, un zoppo e l'altro cieco, muoversi a vento ed a sì terribil pioggia, che direbb'egli? Or via, volto alfin seco quella stradetta, che conduce al Giglio;
ei da man manca, io dall'altra m'arreco. Così andavamo e non era il periglio poco, che, sdrucciolando a ogni passo, bisognava adoprar l'arte e 'l consiglio.
Ma che ponno i par nostri? Ecco, in un sasso percotemmo ambi, che mezzo la via tenea dal muro al rigagnol giù basso. E questo fu di là dall'osteria
chiamata Coroncina e quel chiassuolo dov'all'umor soverchio si dà via, che fra quel primo albergo e 'l Sevaiuolo era un monte di sassi e calcinacci
e greppi e broda accanto al muricciuolo. Quivi convien che disteso mi stiacci e le gambe e le braccia, il petto e 'l viso m'infranga e 'l cieco almanco s'accovacci.
Quivi di sangue e di bruttura intriso, dovetti star dua ore tramortito, secondo 'l mio infallibile avviso, perch'il cieco credendomi fornito,
che, risentito, invan chiamai un pezzo, o per buona creanza se n'era ito. Or dich'io ben che giunto al punto sezzo esser mi vidi e la morte aspettava,
né dato arei della mia vita un bezzo. Eran dieci ore e mattutin sonava, ben che pel tempo la notte senz'altro chi non aveva casa l'accattava.
Vo' dir ch'io non potea sperar ch'un altro passasse per la strada e mi facesse almen come mi fe' 'l cieco e quell'altro. Ma intanto, dalle nubi oscure e spesse,
un folgore cotal cader mi parve, ch'e' convenne ch'el sonno si rompesse: e 'l duol finì, com'il sognar disparve.
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