Usciti del cortile e della porta via camminiamo e none stiamo a bada lungo la ripa e 'nnanzi è la mia scorta; e via seguendo trovammo una strada
in capo all'ugna, ov'è più colma e tonda, che sale al dito e dal dito digrada, se ben più volte dalla torma immonda ne fu noiato e conteso il camino,
che sempre tenevam lungo la sponda. Era il sol caldo e non ellera o pino ivi, che da' suoi raggi mi coprisse, né vedea da posar luogo vicino.
Pur non teneva men le luci fisse or alla spiaggia, or del gran piede al colle, se cosa da notar nuova apparisse; né m'era accorto prima che da folle
schiera di genti eran coperti e pieni di numer tal, ch'ogni credenza estolle. Questi or con atti storti, or con osceni, cure vulgari e temerarie imprese
ne vanno a caso, ov'il furor gli meni. Chi grilli in mano avea, chi mosche prese, chi si nasconde o si tramuta il viso, chi per pigliare il vento ha reti tese;
chi si pon l'ali alle spalle, ch'aviso gl'è di volare, e salta e 'n terra cade e muove intanto gl'altri sciocchi a riso; chi fabbrica or castello ed or cittade
nell'aria o fa pensier fuor di natura o va pe' campi e può ir per le strade. Così molt'altri vidi in simil cura, ma diversa, perduti e saprei il nome
dir, ma dall'odio lor chi m'assicura? Troppo sarebbe lungo a dirvi come ci eran da questi al camminar noiati i passi e le mie forze stanche e dome,
ma più da certi visi affumicati, che non avien se non la pelle e l'ossa, con l'ugna lunghe e gli occhi spalancati. Da questi par che sbrigar non mi possa,
che volean ritenermi a tutti i patti e bisogno vi fu più d'una scossa. Questi mi parver più che gl'altri matti, che potendo mangiar, morir di fame,
per non la patir poi, stavano a patti. Minacciavano altrui con certe lame d'oro e 'n mano avean borse e tasche piene credo, di scudi e non di piombo o rame.
Stavano attraversati in su le vene grosse del magno pié, sì ch'a schifarli andare in qua e 'n là spesso conviene. Quand'un volesse, io non saprei contarli
di questi il nome, che l'umana forma hanno perduta: or più non se ne parli. Altra trovammo ancor noiosa torma, quasi dal vino offesa, andare a onde,
a guisa di uom che vada e 'ntanto dorma. Altri nel sonno immerso, altri nell'onde caduto, che pur dianzi in gola flusse, versate in terra, si cuopre e nasconde.
Taccio degl'altri omai, né credo fusse lingua bastante a dir di tutti e vengo dove mia guida alfin pur mi condusse. Ove la gamba nasce or qui ritengo
il passo e dico alla mia scorta: “Omai ch'addietro tornerem pur credo e tengo”. “Come, diss'ella, addietro? Ohimé, non sai, che bisogna salir sopra la coscia
e più su anco e ci è da fare assai?” Allor io con fatica e con angoscia ora abbassando ed ora alzando l'occhio, pensato alquanto, le risposi poscia:
“A salir colassù, su quel ginocchio, che più d'un miglio e mezzo in aria sale, — né scala alcuna ci è, se bene adocchio — bisognerebbe aver di gheppio l'ale
o se ci è altro ucciel che più su voli o farci ponti o una cosa tale; né quel, ch'entrò in San Leo con que' piuoli ficcar di mano in man con lo scarpello,
son io, ché tali son nel mondo soli, né del Furioso sono anco Brunello, che saliva le mura intonicate per rubare or le gioie ed or l'anello.
Però vorrei saper come pensate ch'io salir possa, voi che siete saggia e le mie posse so che giudicate”. Già della gamba alla parte selvaggia
erano giunti, girando al tallone, che pare un monte che profondo caggia, quando rispose: “Ancor che la ragione tua sia sol buon discorso, ell'è non meno
fondata in su la propria passione. Guarda nell'ima valle, ove l'osceno letame s'inpaluda, a quel che vedi surgere e dov'in alto poi vien meno”.
Abbassai gl'occhi ove teneva i piedi il gran gigante e vidi una ciscranna con gambe, com'aver veggiam le sedi. Quest'eran grosse assai più ch'una spanna
non cinge di colui che su vi siede — ch'a far misure tal l'occhio s'inganna —. Di questa sedia s'accostava un piede al pié del mostro, tal che chi voleva
toccarlo a posta sua se li concede. Era lo staggio, o ch'esser mi pareva, di quel metallo che s'apprezza tanto e 'n sin saliva ove colui sedeva.
Non credo già che sia grosso cotanto il maggior cavalier che sia in castello, quando girasse ancor più di altrettanto. Seco m'accosto, come volle a quello
la mia duchessa, e aprì con la mano, che pria non l'avea visto, uno sportello. Per man mi prese e disse: “Or dentro entriano; di qui si sale e ben ci è altra via,
ma per or questa vo' che noi pigliano”. Chi è colui ch'al pozzo stato sia, molto più bel, che utile, d'Orvieto, ch'a scendere e salire ha doppia via,
pensi che tal mi par dentro il secreto calle, che voto a chiocciola saliva, e molti erano a noi dinanzi e drieto, perché nel fondo, a quel ch'io 'ntesi, apriva
una gran porta a chi volea l'entrata, ben ch'a molti il salir non riusciva. Buia era ben la chiocciola, ma grata era pur a salir, che 'l largo giro
la facea dolce e di larghezza agiata. Veloce, con mia guida, in alto tiro, senza posar, ché così vuole, all'erta, — né pur la gente che saliva miro —
fin che giugnemo al fine, ov'era aperta, lungo la coscia, sotto una gran palla, l'uscita della seggiola scoperta. Eravi un ponte che teneva dalla
carne del mostro all'uscio, che pel peso spesso di tanti, cigola e traballa. Di che si fusse il ponte ancora inteso non ho, ch'io lo passai forte tremando,
sentendo così debole e sospeso. Ma per tornare al fatto nostro, quando noi fummo in su la coscia, che duo miglia mi parea lunga, in qua e 'n là guardando,
nuovo timore e nuova maraviglia m'assal, ch'io veggo il ciel rannugolarsi, per un vento che tutto lo scompiglia, e l'infelici genti insieme urtarsi,
che come noi saliti eran la fiera, pel vento e non aver dove appiccarsi. Intanto da quell'aria grossa e nera grandine e pioggia impetuosa casca
e già mancato il giorno, era la sera. Quivi non era né tetto, né frasca, né grotta, né capanna, né speranza, che per arte o natura ve ne nasca.
“In così vaga e piacevole stanza m'avete, o guida mia, diss'io, condotto? Né so quanto a durar si abbi la danza. Quand'io sarò rotolato di sotto,
fra cosce o 'n su la sedia o che caduto sarò fra i magri o fra 'l popolo indotto, aspetterete voi di darmi aiuto, che sarà quel di Rodi o di Pianosa,
ch'ancor, ch'io sappia, non è mai venuto? Se per istrada tanto perigliosa s'ha imparar senno, io non vo' mai sapere arte o scienza o altra simil cosa,
travagliato or da uomini, or da fiere, perder la vita e l'onor quasi e stare i bei due dì senza mangiare o bere”. Intanto in qua e 'n là vedea cascare
quelle meschine turbe a venti, a trenta e, appiccate insieme, rotolare. Era del giorno ogni scintilla spenta, né per la notte nulla si scorgea,
se non qualche balen, che più spaventa, e la mia guida umilmente dicea: “Vienne pur meco, ch'alla fin del giuoco tu sarai lieto” e per man mi tenea.
Di poca fede er'io, anzi di poco senno o pur meritavo qualche scusa, veggendomi condotto in simil loco. Alfin colei, che confortarmi er'usa,
giunti con gran fatica al fianco, duro mi dette un cibo, ov'era manna infusa, di tanto odore e sapor, che sicuro tornar mi fece e scordare ogni danno
e 'ntanto l'aer si fe' chiaro e puro, ond'io m'addormentai senz'altro affanno.
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