Né, per sì magro sonno o venir meno, mi vuol lasciar la mia fiera ventura scordar de' miei travagli un'ora almeno. Dormendo adunque, ove mia gran paura,
anzi mio poco senno, mi rinchiuse, lontan da quella mia saggia e sicura, contrarie larve e vision confuse m'appaion tosto e modi torti e strani
in certe valli, ove ragion non use, com'ir col capo e veder con le mani, e' pié nell'aria, passeggiare, e 'n terra veder le stelle e 'n cielo i monti e' piani
e, dal levar del sole all'ir sotterra, esser la notte oscura e 'l chiaro giorno quando la luna ed ei sotto si serra e girarsi la terra al cielo intorno
e arder l'acqua ed agghiacciare il foco e le gioie esser sozze e 'l loto adorno e non potersi star dove sia loco, né comportar natura altro che 'l voto
e la parte esser troppa e 'l tutto poco e' pesci su pe' monti andare a nuoto e praticar sott'acqua uomini e fere e' corpi all'alme dar la forma e 'l moto;
udir col gusto e col tatto vedere, con gl'orecchi fiutar, gustar col naso, posar correndo e straccarsi a sedere e quel ch'uom vede e tocca persuaso
sia che sia nulla e quel ch'esser non puote più ch'il ver certo e sia l'ordine il caso e 'l carro camminar sotto le ruote e 'l punto aver le tre dimensioni
e le ragion del cubo esserne vote. E vidi in questa tresca i savi e' buoni esser gli sciocchi e' tristi e l'allegrezze dolori e 'nsomma tutti rovescioni.
Sol v'andavon pel verso le ricchezze, perch'ognun l'appetisce, ognun le chiede, ognun le cerca e par che quivi apprezze. Intanto io sento l'uno e l'altro piede
alzarmi all'aria ed andar co' capelli conversi in gambe, com'ha il multipiede. Gl'occhi mi nacquer ne' calcagni e quelli ch'io avea in testa mi fur chiusi e secchi;
così la bocca; e 'ntanto odo un di quelli dire: “E' convien che con un degl'orecchi parli costui e per le spalle mangi, come quaggiù fra noi n'abbiam parecchi
e che nell'altre sue membra si cangi, sì che né sé, né altri non conosca e 'l numer cresca alle nostre falangi”. Allor qual fiera volentier s'inbosca,
corsi in poter di quelle storte genti, bevendo l'acqua che l'anime attosca. Quanti oltraggi mi fer, quanti tormenti patii, da certi che la valle inferma
scorreano e di mal far parien contenti! Ma non ch'io me ne dolga o me ne scherma, prendea tutti i miei mali in gioco e 'n riso, sì torta avea la mente e al mio mal ferma.
E, sì di corpo e di forma diviso, non m'accorgea di mia miseria estrema, stimando quell'inferno un paradiso, finché condotto, ohimé, ch'ancor ne trema
per la fiera memoria il cuor nel petto e 'l sangue accoglie e dalle vene scema; condotto, dico, in luogo che ristretto mi s'era dietro e già chiusa la strada,
ma innanzi aperto e piano e vago e netto, saper può che convien ch'indietro vada — perché dinanzi non aveva gl'occhi — chi alla nuova mia figura bada.
E mentre mi son fatti certi sciocchi giuochi da certi che rider mi fanno, subito par ch'una trappola scocchi. Allor color che d'intorno mi stanno,
tutti mi furno addosso e senza posa mi danno urtate, il che non credea inganno, se non che tosto — o che stupenda cosa! — sentii tornarmi nella forma prima,
per veder cosa orrenda e perigliosa; in quell'umana, dico, ove s'estima per danno il male e l'util per giocondo, né veder falso v'è, ch'il vero opprima.
E 'n su l'estremo d'un antro profondo condotto, in precipizio giù rovino, da morir prima ch'io toccassi il fondo. E 'ntanto io detti in uno sportellino,
che l'armario chiudea, ond'ei s'aperse, ché dovette girarsi il nottolino, che l'alma a tal paura non sofferse sognar lasciarmi e dettemi una scossa,
ch'ogni sognato sogno via disperse. Caddi di quello armario e la percossa non fu leggiera, ch'egl'era tant'alto, che mi fece doler le carni e l'ossa.
Ma libero veggendomi dall'alto periglio, mi contai quella caduta per gran ventura e 'n pié subito salto. Già non potetti uscir della carnuta
ripa dell'ugna e della cava, ch'era, com'io dissi, bottega divenuta, perché coloro il suo uscio la sera avean serrato e me dentro rinchiuso,
che vi contai tutta la storia intera. Saper dovete com'io non era uso in quella stanza e non v'era alcun lume, tal ch'io non saperv'ir né 'n su, né 'n giuso.
Ma, come debbe quivi esser costume, sentii gridare un che dicea: “Rubato m'ha e or fugge com'avesse piume”. Era questo gridar fuori e dal lato
mio su per l'ugna avara, ond'io m'accosto dietro alla voce e l'uscio ebbi trovato. Così tastando al buio, trovai tosto certi fessi in quell'asse, che scommesse
parieno e l'una all'altra un po' discosto. Più volte invan tentai com'io potesse aprir per mutar luogo: alfin m'accorsi ch'un chiavistel di fuor colui vi messe.
E que' mostacci ancor di lupi e d'orsi temevo uscendo e quivi era sicuro, pur nel sì e nel no più volte corsi, ch'io discorrea: “Come l'aere oscuro
si schiara e ch'io sia qua, forestier, colto, sarò tenuto per lo manco furo”. Intanto il sol ch'al bel pincerna il volto riscalda, mentre il suo d'acqua ricuopre,
aveva il carro a' suoi destrieri accolto. E 'l villan ch'al divelto aspetta l'opre, poi che più volte s'è fatto a vedere, vede la stella alfin che si discuopre
e già s'è ritto in sul letto a sedere l'infermo, che si sente lo sciroppo recar, ch'a viso arcigno usa di bere, quand'a me che pensava a scampar doppo
che 'l dì nascesse e che l'uscio s'aprisse mi parea l'uno e l'altro indugiar troppo. Alfin pur venne il giorno e un che misse sentii le mani al chiavistello e 'l trasse
e, l'uscio aperto, “Chi è qua dentro?” disse. Credo che a caso in tal voce gridasse, ma io, temendo ch'e' m'avesse visto, gli risposi: “Io” e che andar mi lasciasse.
Ond'ei: “Che fai tu qua?”; con un suon misto di paura e di collera soggiunse: “Che debbi esser per certo qualche tristo”. Far volea scusa, ma mi sopraggiunse
subito intorno un monte di ribaldi, ond'il mio dire alle labbra non giunse. Ma rivolto a quegl'altri “State saldi, dissi, e guardate a villania non farmi,
ch'a torto siete in ver di me sì caldi”. Subito trasser fuor l'infelici armi, dicendo o ch'io pensassi a morir tosto o ch'io lasciassi al giudice menarmi.
“Non sia nessun, diss'io, che m'abbia posto le mani addosso o che toccar m'ardisca, ch'io sono a irvi volentier disposto”. Era di sopra ove par che finisca
la grotta della carne una pipita, ch'a pié d'un porro par che comparisca. Quivi s'entrava in prigion per la vita e 'l porro del Comune era il palagio,
di larga entrata e di piccola uscita, e la pipita, il che potette adagio farsi, tant'era grande, il campanile fatto da non so chi, quando n'ebbe agio.
Con costoro entro in un largo cortile, ov'innanzi ad un uom, che 'n lunga vesta, sedea 'n un seggio ornato e signorile, vidi una gente insidiosa ed infesta
gridar con voci orrende e smisurate e 'n mezzo avieno una fanciulla onesta, che sol sopra le membra delicate aveva un bianco vel, ma scinta e scalza;
né pur un nastro avien le chiome orate; e quella fiera turba ognor rincalza quel che sedea, ch'ei la struggesse vaghi, condennasse e sbandisse e le voci alza,
stimuli a llei traendo e pungenti aghi; ed ella sempre era più viva e bella, ben che la terra il puro sangue allaghi e peggio ancor che l'uom che sedea in quella
sedia, quasi pareva resoluto di darle contro aspra sentenzia e fella. Se non che prima non l'avea veduto, ch'era da ciascun suo lato una donna
messala in mezzo per donarle aiuto. Di porfido avea rotta una colonna l'una in mano e seder l'altra in un seggio vidi e lo scettro aver come madonna.
Allor, mirando più fiso, esser veggio questa la guida mia, che sì lasciommi, ch'io patii tanti mali e temea peggio. Fui per gridar, ma rattenendo vommi
per reverenzia e per veder la fine di quella onesta e di quei tristi sommi. Ella, ch'esser credea fra le divine donne sicura, umilmente chiedea
ch'alla causa sua si desse fine. Ma la turba al messer chiusi tenea con mano gl'occhi e ciascheduno orecchio, tal che lei non udia più, né vedea.
Ecco intanto apparir per l'aria un vecchio con due grand'ale, una nera, una bianca, e del sol si facea misura e specchio. Giunto alla pura con la mano stanca
le squarciò 'l velo e con l'altra la piglia, dicendo: “Io son venuto a farti franca. Qui non aresti luogo, o vera figlia, e meno altrove in terra: alzianci al cielo,
ove l'ordine tuo non si scompiglia”. Ma come il lume apparse e cadde il velo dalle celesti membra, agl'empi scorse per gl'occhi un pauroso, invido gelo,
onde chi qua, chi là subito corse, votando il loco e 'l messer ch'era a banco fuggissi e tardo di suo error s'accorse. E quella ciurma che guidatomi anco
m'avea quivi, disparve e sol rimasi con la mia donna, allegro ben che stanco. Raccontar le volea tutti i miei casi, ma ella sorridendo: “Or non è tempo.
Vienne, ch'il giorno alla terz'ora è quasi e qui tempo non è da perder tempo”.
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