Ecco di nuovo a torvi il capo, o Muse, ma non, per dir così, senza cagione, ponendo or mano a celebrar le scuse. Queste ch'io sappia mai, tutto che buone
sian tanto e belle, non hanno trovato fin qui chi n'abbia pur fatto menzione. Forse che mai nel mondo s'è pensato a cosa che più importi e che ci sia
più necessaria d'aver sempre a llato? Se fusse delle scuse carestia, com'è stato tant'anni d'ogni cosa, alle piazze, a' mercati e 'n beccheria,
e' non sare' gioia tanto preziosa che le pagasse e chi potesse averne gli parrebbe aver fatto una gran cosa. E come delle tinche le taverne
tèner son prive, i più de' bottegai n'arien di rado o potrebbon tenerne; e sbigottita più che fusse mai saria, per carestia, per guerra o peste,
la gente e piena di lamenti e guai. Ditemi, donne, quanto conprerreste a certi tempi una scusa, se forse non ce ne fusse, quando ne vorreste?
Se ben voi ricche sareste soccorse, ma l'altre, come? che 'n un tempo tutte sarian le scuse nelle buone borse. Ma sia' pur pane e vino e carne e frutte
e olio, uova e formaggio, erbaggi e pesce, biade e civaie e ricolte e condutte, che delle scuse, a chi sa far, riesce sempre d'averne e chi con lor s'impaccia
sempre n'adopra e sempre gnene cresce. Chi ha le scuse a suo posta e di faccia può non mutarsi e salle accomodare, ben si può dirli che buon pro gli faccia.
Pria che nascessin gl'uomini, a scusare si cominciorno: sapete ch'Adamo si scusò ch'Eva l'avea fatto errare. E la donna ch'udì questo richiamo
fatto di lei, si scusò ch'el serpente l'avea ingannata e tutti lo crediamo. Ma perché quel ribaldo di niente non si scusò, ch'era ingrato e astioso,
rimase in odio a Dio e alla gente. Così fe' quel superbo e dispettoso, ch'era prima sì bel, di Satanasso, ch'avea a scusarsi e presela a ritroso.
Molti altri essempi ch'io potrei dir passo, da far altrui veder che lo scusarsi o ti rinnalza o non ti pon più basso. Par che l'uom che si scusa, umiliarsi
cerchi e stimi colui con chi si scusa, però grazia e perdon viene a trovarsi. Ove chi lo scusarsi odia e ricusa e stando a tu per tu la piglia in gara,
ognun lo schifa, biasima e accusa. Quest'è un'arte che chi ben la 'npara può ire e star per tutto e fare e dire ciò che gli piace e quest'è cosa chiara.
Non sarebb'uom che potesse patire verbigrazia un avaro, essendo tanto contrario al ben che più non si può dire, che per farsi il più ricco, non che santo,
che fusse in terra, mai non sosterrebbe far goder sé non ch'altri, o tanto o quanto. Se non che, biasimato, ti farebbe veder con buone e belle scuse, ch'elli
fa quel ch'ogn'uom da ben far doverrebbe. E come, oltre alle decime e balzelli ch'ogni dì lo forbottan, non vuol poi, vecchio, che la miseria lo fragelli
e ch'e' figluo', se n'ha, se non ch'e' suoi parenti, vuol che possin dire: “O nostro Colui, che benedetto siate voi!” Or non avete voi sempre dal vostro
di scuse un sacco? O voi che troppo e male spendete, quand'alcun ve l'abbia mostro, allegando che l'esser liberale merita loda? e quando roviniate,
chi delle scuse non si serve e vale? E pur che a voi e ad altri le sappiate accomodare e far creder non meno vaglion, che le sostanze scialacquate.
Ricordami un che sempre il corpo pieno teneva a spese d'altri, avendo un paio di cappon grassi e pieno il grembo e 'l seno d'uova e di cacio, un tratto un suo coiaio
riscontrando in mercato, a cui doveva quant'avea al mondo, ch'era calzolaio. Com'e' lo vide “Gran merciè, diceva, a questo modo sguazzi alle mie spese?”
E subito a pigliar farlo, correva. Se non che 'l calzolaio, tutto cortese, se li fe' incontra ed arebbel per mano preso, ma i polli e 'l grembiul lo contese
e disse: “Ah, non vogliate esser sì strano: non fo per gola o per isguazzar questo, ma, per pagarvi, cerco di star sano, che s'io vivessi male, il vostro resto
chi vi darebbe? e senza tali aiuti m'ammalerei, son certo, e morrei presto”. Rise il coiaio ed ebbe riceuti tali argomenti e queste scuse furo
più tempo paga a' coiami creduti. Chi è infingardo scusar non mi curo, ma curandosen'egli è giuoco forza ch'io gl'el consenta, ancor ch'e' mi sia duro.
Soglion dir che natura a llor di forza non fu cortese e di complessione debol si fanno e di fragile scorza. E molti ancor, ch'alle nobil persone
non sta ben far nulla, anzi errerebbe chi fa di gentiluom professione, e più tosto alle volte si darebbe a qualche cosa un po' stranetta, basta
che, bisognando, se ne scuserebbe. A chi mal volentier fa nulla basta poco anche avere e saprà dir che 'n pace si vuole star, com'uom di buona pasta.
Tanto la scusa accomodata piace ai luoghi e a' tempi, che restar convienti, in pro di chi la fa, vinto e capace. Talor nel petto una collera vienti
per qualche sdegno, a ragione o a torto, che non riguarda amici, né parenti; già nel suo colmo a scusar non conforto alcun per colpa d'altri o di se stesso,
ch'e' sarebbe aver esca al fuoco porto; basta ben, quando il discorrer concesso t'è da ragion, che, con iscuse accorte, chi te ne fu cagion si sia rimesso,
e soglion far le scuse di tal sorte, ch'accettate le sue, con lui ti scusi dell'esser rotto e sensitivo forte. Non par che volentier pratichi o usi
nessun con certi fantastichi e strani, ch'a ogni moscherin torcano i musi e meno ancor con questi che le mani hanno sempr'alte e, peggio ch'animali,
d'ogn'umana pietà paion lontani, se già le scuse scelte a questi tali non danno — e n'hanno ben bisogno — aiuto, come refugio, quasi, a tutti i mali.
Chi potria mai scusarsi aver creduto certi che per grandigia e arroganza voglion che terra e ciel dia lor tributo? Ogni parer gl'offende, ogni creanza,
se da lor non depende, hanno in dispregio, ogni costume, ogn'arte e ogni usanza. Non è chi nulla sappia o sia di pregio nessuno altri che lor, secondo loro,
né più d'alti costumi o sangue regio; ogni cosa di fango, d'altri, e d'oro ciò ch'ànno o sia caval, servo, arme o moglie, case o poderi e d'arte ogni lavoro.
Questi sempre alte e onorate voglie si vantano esser tratti e di Cupido hanno mille stendardi e mille spoglie, ma tutti, alquanto sopportati, un grido
arebbon dietro e un picchiar di panche, che e' non arien dove ficcarsi nido. Se non che le madonne scuse, stanche non mai, di dar aiuto a chi ricorre
alla lor forza, par che gli rifranche; e dicon che la lor natura abborre le lusinghe e 'l piaggiar, né posson certi patir dappochi o per compagni torre
e ch'i gradi a' buon, debiti e proferti, si debban tener alti e gl'esercizii per addestrar gli sgraziati e' diserti e che, tassando i malcostumi e' vizii
a viso aperto e mostrandosi altiero, si cagiona infiniti benefizii. Vedete voi com'il vero e 'l non vero, pel valor delle scuse, scambion viso
e non fu come parve il Diavol nero. Non era forse tolto il Paradiso a Cain, per aver quel buono Abello sì crudelmente per invidia ucciso?
Se domandato dov'era il fratello, avesse fatto qualche scusa umile, non risposto a traverso il ghiottoncello, poteva dir che 'l Diavolo è sottile
e che gli venne stizza o non credette ch'e' si morisse o scusa altra simile; ma 'n sul rigor, senza scusarsi, stette con dir: “Che ne so io? Sonn'io guardiano?”
Cose ch'a un facchin sarien mal dette. Non fu peccato più crudele e strano quel di colui che la moglie e la vita tolse all'amico? e più ingrato e villano?
Ma perch'ei si scusò, chieggendo aita, ch'acquistato e concetto da sua madre era di carne, ogn'ira fu sbandita. Gli storici e' filosofi e le squadre
de' poeti e i teologi son pieni d'uomini ch'ànno fatto cose ladre; poi, ricorsi alle scuse e al far de' beni, son diventati chi buoni e chi santi,
dov'eran prima e profani e osceni. Nessun di pace o di perdon si vanti, di peccato commesso o ingiuria, fatta trovar senza un po' po' di scusa innanti.
Nel favellar qualche volta ti scatta una parola, ch'a farti vergogna o rovinarti potrebbe esser atta. Qui dich'io ben che subito bisogna
che tu ti scusi e dir che tu errasti, parlando a caso e quasi un uom che sogna. O quante volte, amanti, vi salvasti, con qualche scusa accomodata e bella,
e non di men le voglie vi cavasti! In questa parte a più di una novella si potrebbe dar luogo, che farebbe veder, quant'una scusa il mal cancella.
Ma ragionar di voi, donne, sarebbe più che d'altri bisogno e non so poi se qualcuna a rrovescio il pigliarebbe. Qui non bisogna disputar se voi
siete atte nate alle scuse o le stesse scuse più tosto; e non siàn così noi. Natura in voi, fra l'altre doti, messe questo dello scusarsi animo ardito,
per ogni caso ch'avvenir potesse. Perché tal volte avverrà che 'l marito vostro o l'amante — che per via d'essempio ciò dico e chi non l'ha non m'abbia udito —
gli parrà verbigrazia in piazza o tempio o 'n casa vostra o d'altri aver veduto qualch'atto strano o non pensato scempio; dienvi le scuse, oimé, di grazia aiuto
tosto, ch'io tremo; oh, o ben er'io sciocco, subito avete — e come! — proveduto! Chi vide, cieco, e chi udito e tocco ha, sordo e monco resta all'infinite
vostre scuse, atte a far Tullio un barbiocco. Se ciò non fosse ognor calpeste e trite sareste e poi perché? quasi per nulla; oh, scusatevi, dunque, e state ardite!
né sia tra voi sì vecchia o sì fanciulla che di scusarsi per tempo risparmi, fin alla fossa, dall'uscir di culla. Venite pur innanzi o voi che l'armi
per arte avete e non abbiate a sdegno di qualche vostra scusa accomodarmi. Non si può sempre a quel sublime segno arrivar di vittoria e la fortuna
aver seconda e la forza e l'ingegno, né par lecito già perder, per una volta ch'una disgrazia t'intervenga, quel che 'n mille bell'opre si raguna.
Fate pur sempre che per voi si tenga a mente di scusarvi in modo tale, che da fortuna ogni difetto venga, e se paura di qualche gran male,
come di perder l'avere e la carne, — ch'a conservarle è voglia naturale — vi forzasse tal volta in pace andarne di qualche luogo, ove fuste guardiani,
o per qualche signore accomodarne, mille sinistri e mille casi strani, mancamento di polvere e di palle, mal acque e poche e non biade, né grani
vi sieno scuse o se, carichi dalle troppe schiere nimiche, in terra o 'n porto, bisognasse fuggir per ischifalle, sappiatevi scusar che gran conforto
è che 'l capitano viva, ancor che fugga solo e chi resta poi sia preso o morto. E se giornata o fatto d'arme strugga quanto virtù t'avea dato e consume,
aver sempre le scuse ove rifugga o dir che di tua gente il mal costume contr'a tua voglia a combatter ti strinse o inpedì valle o erta o lago o fiume
e che 'l nimico non per virtù vinse, ma dal sito aiutato o che qualcuno tuo capitano acconcio te la cinse o che stanco l'esercito o digiuno
ti ritrovavi o 'l soccorso non venne o non si mosse, al segno dato, ognuno. Con queste scuse o simil altre, avvenne spesso ch'un capitan perdendo, come
s'avesse vinto, il grado si mantenne. Scusatemi, anco voi, ch'abito e nome non basta aver mutato e star serrati co' panni lunghi e con le rase chiome;
com'io v'ho sempre e difesi e scusati, sendo di carne e non di legno o sasso e per lo più senz'arte e sfaccendati, non può patire il volgo babbuasso,
che traendo a sua posta il cinque e 'l sei, vi venga fatto qualche volta un asso. In favor vostro qui mi stenderei pigliandola per voi, s'io non credessi
noiarvi tanto, ch'io vi scuserei. Ma quel ch'io lascio ho caro che voi stessi facciate, acciò che con iscuse oneste vi sien dell'esser uom gl'error rimessi.
Né vi smovete dal ben far per queste genti insensate, che ne' vizii, a gola fitti, son peggio al mondo che la peste e poi s'ogni costume, ogni parola
vostra non è di santo, gli conturba, come non fusse la carne una sola. Ma l'uom ch'è ben avvezzo non si turba come voi, ma, scusandosi a' discreti,
lascia poi dir la plebe infame e furba. Ecco a molti anco studianti e poeti, se non fussin le scuse, la corona interdirebbe le selve e' canneti.
O quanto spesso a scusar gli cagiona aver di facultà, libri e danari mancamento e d'ogn'altra cosa buona! Come potrebbe un povero mio pari,
comparir senza scuse innanzi a' buoni poeti, essendo così pochi e rari? Che diren dunque? Allegheren ragioni ch'ella non è nostr'arte principale,
però bisogna ch'e' ci si perdoni, e proverren, se lo scusarci vale, di non aver auto chi ci insegni, se non un po' di vena naturale
e da noi stessi ci faremo indegni d'entrar fra lor, s'e' ci venisse fatto con queste scuse abbagliar quegli ingegni. E s'e' non ci vorranno a nessun patto,
né ci varrà le scuse, scuserenci d'avere in quanto a noi l'obligo fatto e, come si suol dire, i nostri cenci ci riporremo attorno, che non credo
per questo io già, che delle busse dienci. Riprendami chi vuol, ch'a tutti cedo per la mia parte in dir ch'io farei 'l meglio a non tentar quel che ben far non credo.
Sta ben, tutto confesso, ma s'io veglio gran parte della notte e poco dormo e sol quel tempo alle mie rime sceglio, che debb'io fare allor? fabbrico e formo
castelli in aria? e vengo a nnoia all'ozio e 'n peggio assai ch'uom morto mi trasformo? Sommi intorno le Muse e dicon: “Sozio, piglia la penna, ecco l'inchiostro e 'l foglio;
sogni tu desto? or fa qualche negozio”. Ben mi scuso con quelle e ben mi doglio e l'esser uccellato allego e mostro quant'io son poco e men tener mi soglio.
Tutte son baie, elle del tutto nostro mi danno e del fedel, tanto ch'io dico: “Alfin l'onore e 'l biasimo fia vostro”. Così, scrivendo, ardito, e s'io disdico,
ingrato vengo, ma questo non posso patir, ch'io mi sarei mortal nimico. Però le scuse a levarmi d'addosso chiamo di quore e, quant'io posso, il peso
che della schiena mi ripiega ogn'osso, che s'io ho perso il tempo in versi speso, sol perso ho quel che si sarebbe perso, onde assai men ne debbo esser ripreso.
Eccomi tutto, omai, rivolto in verso di noi che del disegno sian seguaci tutti, se ben l'oprar nostro è diverso. Ma perché, Polimnia, mi frughi? e taci
Erato, perché, dimmi? Io mi vi scuso, non so dire e tacere, e poi, le paci cercare e non le discordie son uso.
Cookies on Poetry Cove