Quand'io cascai dalla suprema fronte, il sol, ch'in occidente giù calava, era quasi del mar giunto in sul ponte e di quel quarto, quand'io rotolava,
e di due ore intere ch'io penai, a camminar per quella scura cava, faccendo il conto, a quand'io mi trovai inghiottito, eran tre ore di notte
con lo star tramortito, ch'io contai; ma parte che costui così m'inghiotte, il vapor mi sostenne d'un cammino, che 'n su salia, da più vivande cotte.
E come suol nell'aria un moscherino portarne il fummo, un atomo, una penna, fu cagion che nel fondo io non rovino, anzi, com'alla punta d'una antenna
già vidi alzare un uom per far la scorta, m'alzò nel luogo che più giù s'accenna. Quivi, tremando e con la faccia smorta stava, ch'il luogo non ha altro caldo,
se non quel tanto ch'il fummo vi porta. Io non sapeva ov'io mi fosse e saldo stava e pensoso, quand'io vidi un lume apparir, che mi fe' sicuro e baldo.
Parvem'esser allor fra certe schiume, che suol far l'acqua che scende da' colli, poi riscontra nel piano erba o pattume. E mi ricorda che più volte volli
da me schivarle e m'avvidi che 'nvano, ché sempre mi copria delle più molli. Era quel lume abbagliato e lontano, ma di magno vigore e di grandezza
da non creder ch'un uom l'avesse in mano. Or comincio a guardar l'ampio e l'altezza del circuito grande, in ch'io mi trovo e l'occhio a ppoco a ppoco ci s'avvezza.
Io mi pensava esser 'n un mondo nuovo, che non v'era più stato e che pien d'aria fusse, ma spessa più ch'albume d'uovo. Pur v'alitavo dentro, ma contraria
m'era al polmone e tanto agl'occhi e al naso, ch'io non andrei mai quivi a mutar aria. Pareami d'una cupola o d'un vaso aver forma il gran sito, o ver d'un fiasco,
che col collo all'in giù fusse rimaso. Intanto in fantasie nuove ricasco, non so se desto, e veggo in aria un seggio sospeso, ond'io trasecolo e rinasco
e una donna in quel sì bella veggio seder, di tanto altera e nobil vista, ch'ogn'altra a ppar di lei giudicai peggio. In quell'aria sì grossa e con la vista,
com'io vi dissi, appannata e 'npedita e con quel lume ch'a gran pena acquista, mi credea averla più chiara e spedita e veder me' che mai — credenza inferma —,
né più curava o d'entrata o d'uscita, e 'n quella donna tenendola ferma, com'io v'ho detto, più nobile e bella di ciascuna altra il giudicio l'afferma;
e mirando or la man, di ricche anella adorna, ed or l'incoronata chioma, di gran bellezza e di gran pregio appella, in veste tale e sì ricca, che Roma
non potea farla a questa simigliante, quando la Terra avea più vinta e doma. S'io volessi contarvi tutte quante le sue delizie e la pompa che spande,
queste mie carte non sarebbon tante. Tenea la destra in sur un dado grande, che di cristallo lucido pareva, pari e pulito da tutte le bande.
Nella sinistra uno scettro teneva di gran valuta e vedev'io che 'n pregio più quel quadro cristallo e caro aveva. D'intorno a questa un nobile collegio
veder mi par de' più saggi e migliori, che 'l mondo avesse e di più chiaro fregio; e capitani e prelati e signori, ognun la riverisce, ognun la 'nchina
e se le fanno schiavi e servitori. E, digradando in sino alla meschina gente, vi vidi di più sorte e stati, tanto che per mirar l'occhio s'inchina.
E tutti erano accetti e carezzati dalla gran donna e da quei degni eroi, ch'ella avea 'ntorno, e vestiti e cibati. S'io avea voglia d'onorarla a voi
lascio pensare e quanto io mi struggea d'esser degnato ne' servigi suoi. Per farle offerta di me mi parea muovere il passo umilmente e devoto,
ch'il suo pié ginocchion baciar volea. O mia falsa credenza! Ecco ch'io noto, quand'io lo vo' baciar, che gl'era tutto nero e peloso e d'ogni grazia voto.
Se ben di forma umana, era sì brutto, che, schifandolo, a me ritirai presto le labbra e 'l viso, sbigottito in tutto. E com'io l'alzo io veggo tutto il resto
corrispondere al piede; or s'e' m'assaglia stupore io lascio a voi pensarlo questo. Le veste e gl'ori e le gemme di paglia si fero un fascio ed ella una bertuccia,
che mi coccava e par che su vi saglia. Intanto io veggo il popol che si cruccia, che gl'era intorno, e non pur far quistione, ma ch'a l'un l'altro il sangue preme e succia.
E quelle che parien buone persone, saggie, oneste e da bene erano in fere tutte converse e di mala intenzione. E que' minor mi pareva vedere
pesciolin diventar chiocciole e granchi, buoni a mangiar, ma di piccol potere. Né mi parea però ch'esser vi manchi tortole e starne e castrati ed agnelli
ed altri che con l'uom si tengan franchi. Questi eran morsi e graffiati da quelli animai più possenti e più feroci, ch'era una gran pietà pure a vedelli.
Né lor giovava al cielo alzar le voci, che Giove molte volte non gl'udiva, tant'era in alto o vedea le lor croci. Intanto il fummo che lassù saliva
si converse in catarro e seco in giuso tirommi, ov'il cibreo più non bolliva; caddi, dico, nel luogo ove rinchiuso si cuoce il cibo, che poi, per l'ambicco,
diventa quel ch'a dirlo non son uso. Ma ritornando a galla, alfin m'appicco in verso il collo della cornamusa e quant'io posso di laggiù mi spicco
e guardando in quel lago, alla rinfusa vidi esser tanta gente, che all'occhio creder vie manco il discorso non usa. Io vedevo or un braccio, or un ginocchio
venire a proda e un, quasi smaltito diventar, com'un gambo di finocchio. Altri gridava, ma non era udito, che consumar la carne si sentiva
in quel guazzetto più volte bollito. Altri un po' più gagliardo, giunto a riva, come me s'era attaccato dai lati e tutto lieto in verso me veniva.
Pur tutti suzzi e tutti maltrattati erano e non uscia per cento sei e parean dalla ruggine mangiati. Io con molti altri, tanto dissi e fei,
che sbrigati di lì venimmo in loco, che per vergogna mai non lo direi. Turando il naso ed alitando poco, mi sarei per uscir di tal miseria,
volentieri accordato a star nel foco, cangiarmi in Ecco o rinnovare Egeria mi torrei per accordo o pur entravo, otta per otta, in qualche misenteria.
Mentre ch'a forarn'una frugolavo, sento una voce ed un che mi s'accosta e dice: “Qui non giova fare il bravo. Qui s'entra ben, ma non s'esce a sua posta,
se non si giura in prima di far pace ed ogni lite aver tronca e deposta”. “Come? diss'io, mai non mi piacque o piace di litigare e l'ingiurie rimetto,
ma de' gran danni miei, chi mi riface?” “Che danni o che non danni, poveretto? diss'egli, assai ti fia se gnudo e brullo di questo luogo ti diparti netto.
Vedi, or tu sei nel luogo ove Lucullo fondeva il suo; vuoi ritornarti in mezzo, girando poi come trottola o rullo?” Qua è un saggio ch'è mezz'uomo e mezzo
caval, che suole, intese le quistioni, farne un fastello e tagliarlo per mezzo. Né guarda troppo a' torti o alle ragioni e non dic'altro se non: “Torna addietro”
o “Tu vien tosto alle conclusioni”. “Vadasi pure innanzi a questo metro, rispondo, e del tornar, Dio me ne guardi, in quel vil luogo, puzzolente e tetro.
Ma tu chi sei, che di saperlo m'ardi? Come sai tu tal via? Seici tu stato mai più? Deh, dilmi se Giove ti guardi”. “Qui sto io sempre, disse, e d'ogni lato
per varie strade un popol ci concorre, che non sarebbe mai da uom pensato. Che questo mostro alfin tanto s'aborre pel fetor, per le perdite e' perigli,
ch'a ritrovarmi ognun volentier corre. Ed io con ragion valide e consigli e buon ricordi, da questo malvagio gli scampo, da' suoi denti e da' suoi artigli”.
E mostrommi una via dove a bell'agio potemmo andar, ch'era molto lontana da quella ov'il grandon facea su agio. Venimmo alla Chimera, ch'una strana
cosa mi parve da principio e poi mi riuscì più ch'il credere umana. Fece il solito giuoco a molti e a noi poi volto, disse: “E voi passar volete?”
Ed io: “Vorremmo, s'e' piacesse a voi”. Ed ei: “L'usanza far che voi sapete convienvi”. Ed io: “Tagliate a vostra posta, dandomi meno ancor che non solete”.
“Che sia tu benedetto” per risposta mi disse e poi mi diede anco un po' manco di quel ch'io chiesi nella mia proposta. Uscimmo alfin d'una fistola al fianco
sinistro che scendeva all'osso sagro, dove la donna mia m'aspettava anco. “Per voi, diss'io, Madonna, un Meleagro poteva diventar; pur voi vedete
ch'io ci entrai grasso e sonne uscito magro. Un'altra volta, quando voi volete aiutar uno e farli tante offerte, trattatelo un po' me', se voi potete.
In tanti affanni e tante morti certe m'avete sol lasciato! Ed or venite, quando mi son le strade tutte aperte?” Appena ebb'io tal parole fornite,
ch'ella ridendo disse: “Sempre teco stata son io, per la tua lunga lite”. E ciò che m'incontrò da ch'in lo speco, caddi in bocca a colui, contommi all'ora
che qui mi trova; ond'io mi scusai seco; ed ella: “Vienne; omai, vedi ch'è fuora con Ganimede il sole e della loro bellezza Giove e Clizia s'innamora.
Saggio or diventa e che 'ncontra a coloro pensa, ch'io non soccorro, poi che 'nsieme teco, hai sofferto sì lungo martoro”. “Andianne, diss'io, pur ch'ancor si teme
per me del mostro e se più mi ci coglie, tengami in corpo in sin all'ore estreme”. Scendemmo per la chiocciola che scioglie altrui di briga e giunti in terra, un altro
argine ci fe' via, che 'n su s'accoglie. “Or fa, disse mia donna, che sii scaltro, sì che costor che stanno nel pantano tu non ti degni di mirar, non ch'altro.
Scaccia ogn'affetto via, vile e villano; tien l'occhi al cielo e non curar ch'il fango ti sia conteso, sì nocivo e vano”. Guidommi infino a casa, ov'io rimango
lieto, perch'ella sempre mi promisse d'esser con meco o pur nel partir piango. Prima il suo nome e degl'altri mi disse tutti, ch'or non accade ch'io vi dica,
per non far tanto le cose prolisse. Alfin dopo sì lunga e gran fatica, mi svegliai daddover, ch'era alto il giorno, pur nel mio letto e non so che mi dica,
ch'io veggo starmi i medici d'intorno con dir ch'il dormir più mi faria male, che molto travagliato mi trovorno da poi 'n qua, perch'io sappia non mi vale,
che tutti i sogni, e più quei degl'infermi, son vani e da non farne capitale. Onde, s'avvien ch'io m'abbocchi o mi fermi un dì col mio Zanobi Lastricati,
non credo di pregar poter tenermi ch'e' m'abbia questi sogni interpretati, né mi convenga a Norcia o a Galatrona, i Nepi o le Sibille aver cercati,
or ch'io son oltre e grave di persona.
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