Color ch'anticamente poetaro, perché l'uom discernesse il ben dal male, non ragionaron mai dell'esser chiaro. Perché non so, ma so ben ch'egl'è tale,
ch'altro non chiede ogni filosofia o sia logica o fisica o morale, sì cara gioia in mezzo della via sia stata tanto e non sia stato alcuno
mai che chinato a ricorla si sia? Io per me ve lo dico, se qualcuno mi terrà tropp'ardito, s'io ne canto, mi farò beffe e di lui e d'ognuno.
Un tratto io vo' trattarne o tanto o quanto e, se ben questa non è la mia arte, avessel fatto a chi toccava è tanto; ma perch'io non intendo che la parte
abbia la prima cosa qua lo sdegno, voglio i debiti altrui lasciar da parte. Ben, perché nuova fabrica disegno, vi prego a sopportar ch'io abbia dato
un po' di fondamento per sostegno. Come l'uom si conobb'esser dotato di ragion, di discorso e d'intelletto, pensò bell'e poter farsi beato;
e tutt'allegro si messe in assetto a scerre il ben dal mal, per torlo poi tutto per sé, com'ei l'avesse netto. Vientene pur, dicea, con esso noi,
madonna volontà, perch'e' conviene che tu debba poter, poi che tu vuoi. Tu vuoi sol per tuo fine e chiedi il bene e natura t'ha dato questa voglia,
a cui far nulla invan mai non conviene. Or via, su dunque, il dispetto e la doglia, la povertà, la fatica e 'l timore faccin fardello e sgomberin la soglia.
E sia con noi l'allegrezza e l'amore, il riposo e 'l contento e non ci manchi ricchezza e s'altro ci è tale o migliore, come stato e favor, gagliardi e franchi
essere e ch'ognun ci ami, onori e 'nchini, né pensiero entri in noi che 'l pelo inbianchi. Ma perché col suo conto io non cammini in infinito, ei non aveva ancora
dell'esser chiaro pur tocco i confini. Messosi adunque or questa voglia ed ora quest'altra a seguitar, trovò contrari e travagli infiniti e dentro e fuora.
Pur con industria e fatica e danari acquistatone alcune, ond'ei credeva in gioia e sicurtà non aver pari, s'accorse alfin che 'l mondo non faceva
con le sue grasce lieto né satollo ed era falso in ciò ch'ei prometteva; presolo intanto, l'esser chiaro alzollo e fegli veder Lucca, ond'ei si rise
sempre del mondo poi, sempre spregiollo. E se ben poi più volte a costui mise sue frasche innanzi il mondo per giuntarlo, sempre schifolle e da sé le divise.
Eccovi il fondamento, ché gittarlo convenne prima; or fia ben che si tiri su la muraglia e non s'indugi a farlo. Ovunque il pensier volga o gl'occhi giri
mi si fa innanzi l'utile e 'l bisogno dell'esser chiaro e par ch'ognun mi tiri. Quel che sarebbe, a dirlo mi vergogno, l'uom senza lui, né si conoscerebbe
il ver dalla bugia, l'esser dal sogno. Sempre in ambiguo e sempre si starebbe senza risoluzion, sempre in pendente e ogni cosa a caso si farebbe.
L'esser qualcosa con l'esser niente parrebbe mescolato e 'l quello e 'l questo sarebbe preso indifferentemente. Il poco, il molto e 'l tanto, il tardi e 'l presto
verrebbon l'un per l'altro spesso tolti e confuso il non lecito e l'onesto; i buon da' tristi e i savi dagli stolti non arebbon divario, ancor che savi
non ci sarebbe mai pochi né molti. Starebbon le buon'opre e' vizii gravi tutte in un monte e più stimati o manco i padron non sarebbon che gli schiavi.
Io arei prima con l'udirmi stanco la pacienza, ch'al padre Stradino poteva star'a petto in campo franco, ch'io fussi giunto al quarto del cammino
per contare il mescuglio, che vedremmo in questo albergo nostro pellegrino. Come credete voi che la faremmo, se non avendo mai serbato nulla,
infermi e vecchi e poveri saremmo? E come chi da la fossa a la culla, stentando avesse sempre mai riposto, poi lo lasciasse a chi se lo trastulla?
Squopreci l'esser chiaro tosto tosto ogni difetto, ogni cosa nociva e fa l'uomo avvertito e ben disposto; e bene spesso fa che l'uom si priva
di molte cose che piacevan prima, acciò che me' si faccia e più si viva. Come, per dirvi, un giovane si stima trovare ogni tesoro ed ogni gioia
dov'onestà non dice in prosa o 'n rima e ben che fra il piacer dispetto e noia trovi, pur si rificca e si riprova, senza pensar come si viva o muoia;
ed ogni giorno a qualche impresa nuova rimette mano e ne lascia e ripiglia e sempre quel medesmo o peggio trova. Vien l'esser chiaro intanto e lo consiglia
a ritirarsi o lo riduce in loco ch'e' non possa lo spron più che la briglia. Né fan per altro i vecchi, oltre che 'l giuoco dispiace lor, men prove, e va scemando
ogni dì pur la forza e 'l vital foco; quanto ch'avendo cerco e non trovando mai se non quel che prima, ora intrafatto si son chiariti e più non van cercando,
tanto che di dì in dì si fa men atto, perché schifando il disonesto e 'l vile il vecchio ha d'astenersi abito fatto. O esser chiaro, onesto ed o gentile,
da quant'opere indegne, infami e stolte è libera per te l'età senile! Per te chiariti omai, di quante folte tenebre sono usciti e 'n che travagli
sono stati e perigli e quante volte, non lasciano appiccarsi più sonagli e non calano al fischio e la civetta può squittire a suo posta e allettagli.
Conoscon che all'età lor non s'aspetta canti né balli e della giovinezza ridano e del piacer che la diletta; e se ben molti hanno la fanciullezza
nel capo fitta, nella lor vecchiaia e' pensano poter fare ogni prodezza; se l'esser chiaro intorno a qualche baia gli scuopre, son forzati a ritirarsi,
acciò che grave ogni lor atto appaia. Intanto vien la voglia onesta a farsi pari a la possa e stanno uniti e 'n pace, senz'aver più cagion di scompagnarsi.
Sta l'esser chiaro in mezzo fra 'l rapace e quel che getta via per farli accorti, ch'alla virtù né l'un, né l'altro piace. Al primo dice: O stolto, a che t'importi
non so veder la tua infinita cura, danar per ogni via sempre riporti; non vedi tu che di quel che paura hai ch'avvenir ti possa nella fine,
or or t'avviene? e più ti nuoce e dura? E che le genti mendiche e meschine son di te più felici e ricche assai e sonti i tesor tuoi triboli e spine?
Se, mentre che tu puoi, non godi mai, anzi pur sempre inaridisci e stenti, fuggito ogni poter che ne farai? Mancan le forze poi, cascano i denti,
né 'l piacer piace più, senza che 'n breve, senza riparo alcun morir convienti. Se questo tal l'ascolta, come deve, si va mutando, ond'ogn'onesto aiuto
cortese porge altrui, per sé riceve. Ben s'è di rado rimutar veduto chi s'avvezza al guadagno o pur per grazia dell'esser chiaro è tal volte accaduto.
All'altro poi che 'l suo dilegua e strazia senza punto pensar come né dove, con men fatica insegna e con più grazia, ché pieno il mondo d'essempi e di prove
gli mostra tutto dì quei che rimasti sono in miseria ai soli e alle piove, ond'a chi proveder tanto che basti se non n'ha insegna ed a chi n'ha soverchio
serbarne tanto che 'l dover non guasti. E così com'il punto in mezzo il cerchio fugge ogn'estremità, tale ogni eccesso si schifa e scampa sotto 'l suo coperchio.
Non pensi alcun, senz'esser chiaro espresso, conoscer l'amicizia o vera o finta, perché ingannato resteranne spesso, ch'un parrà l'alma teco avere avvinta
e 'l cuore e s'altro v'è che piaccia o giovi e nel bisogno poi te l'arà cinta. E però l'esser chiaro amici nuovi non consente pigliar, se primamente
non ti chiarisci e gli provi e riprovi; né si piega anco troppo facilmente a creder ch'un sia santo o ricco o saggio, ma sol con l'esser chiaro lo consente.
Né crede più, ch'omai n'ha visto il saggio, come prima facea, del mondo al finto suo ben, ch'ei porge sol per farne oltraggio e tutto quel ch'ei s'avea già dipinto
per suo cammin sicuro aperto e piano, conosce uno 'ntricato laberinto, né ricchezza l'acqueta e l'aver sano il corpo e l'alma inferma non gli approda
e l'amaro nel petto e 'l dolce in mano. Odia la pace sua doppia di froda, fugge i falsi onor suoi, sdegna i suoi gradi e teme più quanto più 'l piaggia e loda,
né la volontà sua vuol più che badi al suo bene orpellato e non si fida di sue impromesse e vane qualitadi; poco lo teme irato e quando ei rida
non s'assicura o pone in lui speranza, che l'esser chiaro lo consiglia e guida. Questo quieto il fa, questo baldanza gli dà ne' suoi contrari e tale il rende,
ch'il mondo ha poca in lui parte o possanza. Nulla si sa, né si conosce o intende, dov'il nostro esser chiaro esser non degna; nulla s'acquista e nulla si comprende.
Il tempo perde e chi impara e chi insegna che non l'ha seco e quasi andando al tasto l'un pieno di nebbia, altrui di nebbia inpregna. Onde vengan le liti? onde il contrasto
di legisti, filosofi e poeti, ch'hanno omai co' lor dubbi il viver guasto? Se non che l'esser chiaro i suoi segreti non apre a lor, che, com'ei gli scoprisse,
senza più guerra si starien quieti. L'ire e le gare, com'or vi si disse, non arian luogo in terra e 'l sotto e 'l sopra, or salir, or cader, chi fece o scrisse.
Non ci saria da pentirsi per opra di simulato amor fatta o non fatta, fin che con l'esser chiaro il ver si scopra. O quanto inganno e perfidia s'adatta
di fede in vece e verità, che 'n quello non saria più scambiata o contraffatta! Indugia spesso innanzi che 'l suo bello splendor discuopra un tempo o, s'ei si scuopre,
pochi hanno grazia di poter vedello; vien poi nel fin ch'ognun lo scorge e l'opre degne d'esser pregiate illustra e quelle mendose e false spregia, annulla e copre.
Deh no, Musa, deh no, fin ch'io favelle dell'esser chiaro, non mi porre innanzi cose noiose e da in fastidio avelle! O nobil arte, in tal pregio pur dianzi,
ove sono i tuoi studii? ove la strada, ove sempre col ver s'andava innanzi? Che selva è questa? e 'n che strana contrada audacia invidia e avarizia tira
in guisa te, ch'ognor ti perda e cada? Vieni, esser chiaro, omai, vieni e con l'ira giusta del lume tuo sazia e riempi chi la veduta tua brama e sospira.
Vieni, che fra mille strazii e mille scempi vedrai la donna, che co' tuoi favori i fori ornava già, le case e i tempi. Vienne, che se più indugi, oltre agl'onori
tolti agli antichi nostri è chi procaccia di far ruine e più brutte e maggiori. Ma non più, Musa mia, ché dove in traccia di lepri e damme entrai, di porci e d'orsi
a poco a poco mi porresti in caccia. Gran forza ha 'l vero e la pietade; or porsi voglino in mia difesa, s'a preghiera di lor, contr'a mio uso, in ira scorsi,
ché, se ben tarda, un dì verrà chi spera ogn'amico del dritto e 'l padre nostro disegno tornerà giusto com'era. Ma perché poche carte a questo inchiostro
restan, s'io ve l'empiessi di querele, mancheria 'l fine al principio dimostro. E pur bastasse a quant'io tronche e cele — m'è cagion brevità — non ch'altrettante,
ma del mar anco le più larghe vele! Or per tornare a quel ch'io dissi avante, dove l'uom di cercar più si rattenne della quiete in questo mondo errante,
dico ch'ei fu perché per fermo tenne ch'ella non si trovasse e come cieco n'andò poi sempre, come ben gli venne. Venga or tutto lo stuol latino e 'l greco
e confessi con Socrate “Unum scio”, ch'io non so nulla e favelli or con meco. Hanno i maggior delle lor sette, a Dio lasciando sempre il sommo seggio e 'l grado,
ché parlar qui di lui non intend'io, hanno, dico, tentato più d'un guado per veder d'arrivare in questa vita al sommo ben, che all'uom è tanto a ggrado.
E quella omai conclusion sì trita, che la voglia di ciò vana non possa essere, a ciò gli sprona, a ciò gl'invita. E dato a questa polvere una scossa,
tutta quaggiù la virtù sola han tolta per questo, ogn'altra sua cosa rimossa. E questa ancora in qua e 'n là rivolta con l'abito acquistarne il bene han fermo
nella contemplazione in lei rivolta. Andiamo un po' a bell'agio o se l'infermo nostro intelletto ha poco fa concluso non saper nulla, il lor contrario affermo:
ch'è il contemplar con l'intender confuso; cosa confusa non può far felice, ond'il lor sommo ben resta deluso; poi la contemplazion per sé non lice
chiamare il sommo ben, ch'essendo inmoto, passione e difetto aversi dice. Ma l'esser chiaro ogni difetto ha voto e si riposa e 'l contemplato gode
da ogni dubbio e non saper rimoto. Ben potete veder come le prode scambion costor dal mezzo e com'attorno vanno aggirando chi gli segue ed ode.
Direte forse: Oh, come non trovorno quest'esser chiaro tuo que' dotti tanti, che tanto in là con le dottrine andorno? Non l'ignorar per esser ignoranti,
potrei dir, ma 'l cammin non era aperto, ond'ei venisse a farsi loro avanti. Poco avevan di ver, nulla di certo, se non d'esser incerti e 'l perché sanno
quelli a cui l'esser chiar non è coperto. Ma, perch'il lungo dir non desse affanno, concludo che chi brama viver lieto fuor d'ogni ingiuria, passione e danno,
s'attenga all'esser chiaro e con discreto ordine si governi e lasci al volgo il piacer falso e 'l ver goda in segreto; ma non già per sì stretto vi raccolgo
e diserto sentier, ch'umani e grati non siate e dolci o 'l conversar vi tolgo; anzi i seguaci suoi fin agl'ingrati debban esser cortesi, ancor che certi
di non esser, non ch'altro, ringraziati. E pur che l'esser chiaro gl'occhi aperti vi tenga e non v'inganni e non vi scherna il mondo, fia gran premio ai vostri merti.
Prudenzia e non astuzia in voi si scerna, animo schietto e parlar dolce e intero, mosso da fede e vera pace interna. Or s'io v'ho posti in luogo alto e col vero
scoperto il bene e 'l male, il vile e 'l caro, chiaro e sicuro omai, che siate spero di quant'alto valor sia l'esser chiaro.
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